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Lino Piccoli intervistato da Gustavo del GadoLino Piccoli Veneto - cittadino del mondo da 30 anni. Ha ancora tante energie da vendere, ma scaramanticamente per la prima volta fa un bilancio della sua attività artistica: 45 anni di esperienza, di personali e di collettive, di esperimenti e di avventure di ricerche e di messaggi. Lungo almeno sei periodi storici: Venezia, La Russia, il Canada, l'Africa, il Mexico, la Puglia, il periodo dei simboli, dei segni magici, di viaggio in viaggio Piccoli ha filtrato con la sua lirica sensibilità contrassegnando un'epoca dopo l'altra con scrupolose rimembranze e rivisitazioni. La sua istintiva, naturale, congenita passione per la pittura ha fatto tesoro di tante occasioni e si è andata raffinando sulle vie della luce, del colore, del segno disteso o nervoso, della memoria storica ed archeologica, dell'amore per la natura e per la terra e di un'accesa simbologia di ispirazione pacifista ante litteram, affidata a luminose colombe nei cicli azzurri.

Gran parte della sua vicenda è stata e continua ad essere ispirata dal gemellaggio Venezia-Alberobello, un grande amore ed una seconda travolgente passione per i trulli ed olivi.

Questa volta ripercorriamo l'arco artistico di Lino Piccoli con l'aiuto dello stesso artista, domanda su domanda. Ci aiuta la frequentazione che Piccoli ci ha concessi da 30 anni a questa parte.

Lino  a  cosa  devi  il  tuo   ingresso  nell'universo  dell'arte?

Non è facile individuare i motivi che mi hanno spinto a intraprendere il sogno che avevo, di raggiungere la libertà intcriore, condizione fondamentale per avere dati di un sensibilismo coloristico. La frequentazione di artisti di grande livello come Pizzinato, Vedova, Guidi ecc... e una fìtta rete di cenacoli e di conversazioni nelle gallerie d'arte di Venezia.

Poi la svolta: quando?

Il colore nella sua fantasia assume il valore di simbolo come traduzione allusiva di uno stato d'animo carico di terre, di partecipazione lirica ed umana e animata da un ritmo che giustifica l'opera. Europa '43 ne è la conseguenza: poche pennellate nervose, un inconscio di segni conturbanti con tinte fosche, sconcertanti.

Che peso  ha  avuto  sulla  tua pittura  l'esperienza  russa?

Le sensazioni, non misurabili di una condizione spirituale creata da un nuovo concetto della vita. Per tutto questo gli artisti russi disponevano di una grande capacità interpretativa per una presa di conoscenza e avvertii i primi sintomi della rivoluzione concettuale.

E tecnicamente queste esperienze cosa cambiarono?

Non cambiarono molto, non c'è un distacco assoluto tra il Piccoli di ieri e quello di oggi. La facilità delle soluzioni, i contatti più tenui secondo me, una convenzione figurativa dell'osservazione di una realtà, riproduce un'agitata condizione emotiva.

E come si spiega l'esploit pugliese del 1973?

Fui invitato a tenere una personale ad Alberobello e successivamente ad interessarmi per ottenere un gemellaggio tra Venezia ed Alberobello: sia l'una che l'altra dovevano difendersi dal dissesto e dal degrado.

E la vocazione archeologica?

Era un modo per onorare la Puglia, di conoscere le sue origini, i pregi della sua antichità, ritornavo ad essere utile al progetto del recupero e della salvaguardia dei beni ambientali in particolar modo di Rutigliano, che sorge sui resti dell'antichissima Azezio: un patrimonio archeologico inestimabile; ricordo, come oggi, che grazie alla straordinaria sensibilità del presidente Archeoclub, Pippo Catamo ebbi la fortuna di assistere agli scavi per riportare alla luce la famosa "Tomba del Guerriero" evento straordinario che confermava la mia intuizione, precedentemente sostenuta con una mostra, dal presidente della Pro Loco, Franco Valenzano uomo di eccezionale sensibilità artistica.

Tornasti in Nigeria, e 'eri già stato 20 anni prima; ebbe un peso particolare nella tua formazione e maturazione artistica?

Molti valori furono considerati allora come meritavano, risultavano alla distanza con un rilievo liberato da sovrastrutture contingenti, i colori penetravano nel mio animo, le combinazioni plastiche ricche di pulsazioni sempre diverse.

Il  Mexico che impressione ti fece?

Devo dire, senza esagerare, che la Puglia mi ha dato la chiave per interpretare un'altra civiltà: quella azteca. E nata così una nuova carica poetica, risultato di un contatto diretto con questo affascinante mondo, con la sua gente, con il suo senso di umanità, di disponibilità, di fierezza e umiltà insieme, mondo dai sorprendenti inespressi legami con la Puglia, quasi un'attrazione magnetica condita di misteriose e conturbanti cifre... da qui la ricerca minuziosa delle analogie fra i simboli cui ho dedicato molti dei miei lavori. Pensa che avevo cominciato ad accarezzare il progetto di rimanere in Mexico.

Facciamo ora riferimento agli ultimi anni, la tua produzione più recente.

Questi ultimi anni mi sono serviti a riflettere a rimeditare le mie esperienze. Ho scartato nuove strade, nuovi percorsi, mi dedico invece all'approfondimento delle mie esperienze, delle mie tecniche.

Quali sono i tuoi programmi, i tuoi obiettivi?

Non rinnego niente del mio passato, mi piacerebbe trovare qualche nuova strada, da seguire in piena tranquillità e serenità; l'esercizio professionale accompagnato da riposo e riflessione. Sono sicuro di poter fare ancora molto, con l'aiuto del Divino. Dall'osservatorio dei miei anni posso dirmi realizzato e compiaciuto, ma l'arte non è mai una porta chiusa. Finché c'è una briciola d'intelletto un artista può e deve andare avanti con due traguardi: se stesso e gli altri.

Gustavo Delgado

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