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idillio_infranto_nomeUna vicenda d’amore svolgentesi nelle zone caratteristiche della nostra terra di Puglia”, come è scritto sulla locandina sulla quale si parla di un “film folkloristico”, volendo indicare che si tratta di una storia popolare. La locandina invita a “visionare il primo esperimento riuscito di Cinematografia Pugliese”. “C’è la scena di Lei che viene cacciata di casa e che sembra, prima di raggiungere la zia, fare una vera e propria Via Crucis, sembra un pezzettino di Gerusalemme. Ed anche la sofferenza della donna di città, è una sofferenza moderna, è una sofferenza messa a fuoco da questa pellicola.”

"II film è una vicenda d'amore in un'atmosfera di verità e di originalità. Non visioni di traffici, automobili o palazzi lussuosi, non fumaioli di officine infuocate, ma soltanto la visione di un lembo di Puglia nella sua bella cornice di ulivi, silenzioso e solitario con i suoi costumi all'antica e la sua semplice vita".

"In effetti, anche se la realizzazione può apparire modesta - ma non è molto dissimile da altri film coevi tra muto e sonoro, ispirati al dualismo città / campagna – Idillio infranto, senza essere pedantemente documentaristico, ci riporta, alla visione odierna, uno squarcio di vita dell'Italia di quegli anni e risulta per certi versi, più fresco e genuino della contemporanea produzione nazionale".

Oscar Iarussi parla di “un’impresa culturale” e sostiene che “col suo presagio di neorealismo, il film vive su un orlo estremo il crepuscolo del silenzio” e “vale anche come un nitido invito al cinema, a ricomporre l’idillio infranto tra il Sud e le sue visioni”.

“Sono colpito dal fatto che un film pensato nel 1930 è privo di qualunque retorica di quelle che il regime in qualche maniera immetteva quasi come un dato naturale nel DNA delle produzioni culturali. Un film in cui le figure femminili sono di una autenticità, raccontano di una sofferenza figlia di questa condizione di soggezione al patriarcato a rapporti sociali arcaici. C’è un accenno di conflitto sociale di lotte contadine e c’è sullo sfondo il contrasto tra città e campagna, non assunto soltanto come un dato sociologico, ma come una complessità di mondi, ciascuno dei quali non è uno stereotipo”.

“Storiellina quasi muta in tre parti, scritta in versi perché la prosa sta nel contenuto”, come viene proposto in una divertente poesia (Cinemà… Cinemà), dedicata nel 1938 al film, da Giacomo Rossi (1896-1941), poeta.


 

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