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La BANCA DI CREDITO COOPERATIVO di ALBEROBELLO,

durante la sua quasi cinquantennale attività, ha sempre perseguito, ol­tre lo scopo primario dello sviluppo economico e sociale, anche quello di contribuire a promuovere l'elevazione culturale della nostra cittadi­na.

Continuando in questa sua particolare attenzione, siamo ben lieti di partecipare concretamente alla pubblicazione del presente "DIZIONA­RIO DEL DIALETTO ALBEROBELLESE" che il socio Gino Angiulli, cultore della storia e delle tradizioni locali, ha voluto approntare con paziente e perseverante ricerca.

Ci piace contribuire a lasciare ai posteri queste prime testimonianze del nostro dialetto e sperare di riaccendere nel cuore dei giovani alberobellesi l'amore e la voglia di rafforzare la propria identità.

Il dialetto, cioè il "parlato dei nostri avi", è un patrimonio che non deve essere accantonato e dimenticato, ma tutelato senza condizionamenti e complessi di inferiorità, proprio come i nostri "trulli" considerati Patrimonio Mondiale dali UNESCO.


p. IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE

della BANCA DI CREDITO COOPERATIVO

il vice presidente doti. FRANCESCO DE LEONARDIS


Distruggere il dialetto, o cancellarlo dalle nostre abitudini linguistiche, è come togliere voce al nostro passato.

Purtroppo, però, sta accadendo l'irreparabile. Del dialetto e della sua conservazione sono sempre meno ad occuparsi al punto che lavori come que­sto di Gino Angiulli possono considerarsi veri e propri miracoli. E ad Angiulli gli alberobellesi - e non solo loro - devono essere enormemente grati.

Egli ha fatto appena in tempo a strappare da morte certa un patrimonio che è parte integrante della storia della città, come e quanto i trulli che la rendono famosa in tutto il mondo. E chissà quanti termini o quante frasi egli non ha potuto recuperare dalla tradizione orale su cui si fonda il dialetto.

È già troppo che sia riuscito a recuperare, tirandoli per i capelli, ben 9300 termini che sono la lingua vera di Alberobello, quella che si parlava ieri, quella che ancora - sia pure limitatamente - si parli oggi, e che certamente senza l'impegno di Angiulli si sarebbe presto persa nel villaggio globale che generalizza tutto, svuota di contenuti i localismi e cancella le radici di ognuno.    

La paziente ricerca di Angiulli è la vittoria dì Davide, del piccolo indife­so ma nobile studioso di provincia, contro l'arrogante Golia rappresentato dal consumismo che costringe tutti a parlare la stessa lingua per assicurarsi un posto nei dialoghi sterminati che offrono le vie telematiche e cibernetiche, nelle dirette via satellite o nei talk-show di successo.

Non che questo sia - a priori - un male. Non è certo male che nel mondo ci si capisca di più e più rapidamente, ma è un errore che ciò avvenga sul presupposto della negazione delle proprie radici. Che non si possono, né si devono cancellare. E il dialetto è una delle nostre radici principali, e contra­riamente a ciò che pensano in molti, i giovani soprattutto, non è una lingua morta.

E una lingua in disuso, condannata a morire, ma basta un dizionario come questo per farla resuscitare, per ridarle nuova linfa, nuovo interesse.

Basta leggerlo, questo dizionario, per accorgersi di quanta vitalità ci sia nei vocaboli dimenticati, di quanto espressivo oltre che colorito sia stato il linguaggio dei nostri avi, di quanto utile alla comprensione dei fatti, luoghi e personaggi sia l'immergersi nell'etimologia di ciascun termine.

Lingua morta? Il dialetto possiamo ucciderlo solo noi, con un gesto di irresponsabilità o col disinteresse. Ecco, proprio questo non bisogna fare: far cadere nel vuoto il prezioso contributo dato da Angiulli al recupero di una parte della civiltà alberobellese.
Questo dizionario non deve diventare un ornamento da biblioteca, ma uno strumento di lavoro. Deve circolare nelle scuole, anzitutto. Deve servire a recuperare quella parte di storia della città che si è persa per il disuso dei termini dialettali.
E bisogna mettere il professor Angiulli nelle condizioni di poter continuare le sue ricerche, magari con l'ausilio di un gruppo di studio permanente.
Egli ha già fatto tanto, ma tanto resta ancora da fare perché in futuro le nuove generazioni non si trovino nella impossibilità di capire da dove vengono. Perché sarebbe, per esse, una tragedia vitale non saper scegliere dove andare.

Dott. VINCENZO MAGISTA'
Direttore dì Telenorba


Prefazione di Gino Angiulli

Un emigrato , tornato recentemente con figli e nipoti, dopo oltre qua-rant'anni di permanenza in America, ha detto: "Quando veniamo per le va­canze ci capita di utilizzare vecchie parole dialettali e nessuno le capisce più".

Ha confermato, ove ve ne fosse bisogno, che in questi ultimi anni, il dialet­to ad Alberobello si va evolvendo, nel senso che lentamente viene sostituito, nell'uso popolare quotidiano, dalla lingua italiana.

Così molti termini vanno definitivamente perduti e ciò anche per la scom­parsa dei relativi riferimenti (oggetti, mestieri, strumenti, attrezzi, ecc.).

La totale abolizione dell'analfabetismo (attualmente solo qualche anziano ultrasettantenne è analfabeta) grazie alla scuola dell'obbligo; il grande affer­marsi per la facile disponibilità ed accessibilità dei mass-media (radio, cine­ma, televisione, giornali, riviste, ecc.); il ritorno degli emigranti dopo molti anni trascorsi in altre regioni italiane o in paesi stranieri; tutto ciò ha determi­nato, e continua a farlo, questo fenomeno evolutivo del dialetto.

Un altro fattore, non meno importante, che bisogna considerare stimolante dell'abbandono dell'uso del dialetto, è quello che chiamerò "complesso del signore": molti genitori proibiscono ai figlioli di parlare il dialetto, dialogano con loro in italiano (spesso mettendo in imbarazzo i nonni, costretti, quando parlano coi nipotini, ad italianizzare i termini dialettali) convinti che parlare il dialetto, "lingua dei poveri contadini", denunci palese appartenenza a ceto inferiore, ai cuzzél, giacché i figli dei s'gnòur, nel passato, si individuavano per il loro esprimersi in italiano, sia perché ricevevano stimoli ed esempi dai propri genitori e nonni struèit, sia perché essi stessi potevano frequentare la scuola, ciò che lo stato indigente non consentiva di poter fare ai figli dei meno abbienti che, invece, dovevano, in età scolare, sci a car'scè a tèrr, sci alla p'ttègh o scì a cumnànz.

Ritengo che questa "dogana linguistica" non è opportuna e deve essere superata, perché l'abbandono dell'uso del proprio dialetto inaridisce le pro­prie radici, con conseguente inevitabile morte della pianta madre dai frutti insostituibili, cioè determina la scomparsa definitiva di un retaggio socio­culturale che non è solo folklore, ma distingue una comunità nella sua diver­sità di intendersi, di agire, di comportarsi.

Chi crede e spera di eliminare con le parole i mali e le ingiustizie di cui hanno sofferto i nostri predecessori , probabilmente non si rende conto che così lascia inalterata la sostanza.

Molti riferimenti a fatti, episodi, persone, sono dirette esperienze e ri­cordi del sottoscritto, altri sono stati appresi dalla viva voce di compaesani, protagonisti o testimoni, che ringrazio sentitamente.

Il presente lavoro, che non ha la pretesa di essere completo e perfetto, vuole essere un tentativo di sopravvivenza del meglio delle nostre antiche tradizioni, unito all'intendimento di fornire discretamente la possibilità di at­tingere al passato per i più giovani e, in parte, far rivivere il trascorso per gli anziani.

Tutto questo nella discreta convinzione che rivalutando il dialetto, che co­stituisce uno degli ultimi legami che ci rimane e ci tiene ancora legati ai nonni, ai genitori, ai parenti, agli amici, alla nostra terra, ai nostri ricordi, contribuiamo a custodire e conservare un tesoro linguistico che rischia di scom­parire.

Alberobello aprile 1999

Gino Angiulli


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