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Prefazione

Polvere di Lingua Madre per non smarrirci

di Giuseppe Goffredo

II luogo in cui si è nati è il luogo in assoluto: spazio e tempo della nostra vita. In esso scorre tutto ciò che ci appartiene. Là si volge ogni cosa della nostra esistenza. Là apprendiamo la lingua madre: il dialetto, lingua dell'infanzia, lingua della poesia: lingua per esprimere le cose più profonde e importanti della nostra esperienza.

Non sono stato mai capace di scrivere poesie in dialetto. A me e a quelli della mia generazione è stato imposto di abbandonare il dialetto per la lin­gua della scuola. I genitori contadini, in parte analfabeti, ritenevano che il riscatto dei figli, ov­vero dei luoghi, dovesse passare attraverso l'ac­quisizione della lingua italiana: occorreva scrivere e soprattutto parlare nella lingua della scuola, quella della burocrazia statale e dell'alfabetizza­zione ai consumi. Per questo, oggi, non sono capace di scrivere in lingua dialettale, come altri poeti anche più giovani di me. Nel mio inconscio si è annidato l'archetipo che il lessico e la sintas­si della poesia debbano essere quelli nazionali, ufficiali, estranei alla memoria più intima, ai ricor­di più segreti, ai colori e alla percezione della Ter­ra in cui sono nato e v ivo. Figuriamoci, anche l'italiano potrebbe diventare un dialetto margina­le e scomparire. Per questo ringrazio Gino Angiulli di avere scritto questo "Cìel d'aprèil. Terra maj, còr mej, véita maj" nella piccola, amorevole, lin­gua madre.

La fortuna di Gino Angiulli, credo, è stata quel­la di aver girato per l'Italia per svolgere la sua professione di preside. Il distacco gli ha permes­so di coltivare la nostalgia, ovvero, come la paro­la stessa dice: nóstos ritorno e algìa rimpianto per la lontananza e l'idea di tornare nel luogo d'origi­ne.

Gino Angiulli nel tempo della lontananza ha preso a coltivare la lingua madre, il dialetto della sua infanzia, Alberobello. Tanto che sul finire del secolo-millennio ha pubblicato: "cùm s' dèisc. Dizionario dialettale Alberobellese" (1999). Che si voglia o no, è un libro che rimarrà nella storia cul­turale della città. Ma oltre a questo Gino ha pub­blicato molti altri lavori e ricerche sul dialetto: "cûm ng’ dìsc’n? del 1997, "p' môd d' dèisc"(2000).

Un corpus di ricerca linguistica importante porta­to avanti da questo maestro ultimo del Paese-Patrimonio, famoso nel mondo, ma pigro, incu­rante dei suoi uomini di cultura, poeti, scrittori, studiosi. Gino Angiulli ostinato, nel suo debor­dante, consapevole amor loci non si è mai arreso, ha continuato a fare archivio di tutto ciò che suc­cede, ha riesumato memoria, ha parlato ovunque dei trulli, ha preso negli ultimi tempi a distribuire rimbrotti, rabbie, indicazioni, su ciò che c'è, ciò che si è perso, quello che non si è fatto.

Tutto questo si trova anche in questo luminoso "U Cìel d'aprèil. Terra maj, cór mej, véita maj": scrigno prezioso, quasi un testamento morale, intellettuale, poetico, di Gino Angiulli alla sua Città, ai suoi figli, ai morti, alla memoria, scritto nella lingua madre per dire dei più grandi senti­menti vissuti: l'am'cizzj, u tìemb, a lousc', a mòrt, p'mamma maj, annamuret, sora maj. I fonda­mentali del tempo di una vita, scritti in momenti, per persone, cose e fatti irrinunciabili, con senti­menti e riflessioni che toccano e fanno pensare.

Li ho letti con apprensione e commozione que­sti versi. È archeologia e geologia che mi appar­tiene, che ci appartiene tanto più intima, privata, tanto più condivisa e toccante. Penso ai versi che narrano dell'infanzia povera dedicati alla sorella Assunta: "I quànn/ mamma nòst/ chiangiàj asknnòut/p'nà fàrs vdé da nòu/j’nd’ all'uòcchj/ n' tr'm'ndèmm/ i capscèmm/ c'à mmnzadej/ mnéstr nàn staj/ i d’ nu pìcch d’ pén assùtt/ naccundandèmm/fascènn credr a mamm/ca n'èrm saziêt./" Penso ai versi d'amore graziosi fino alla limpidezza di "Arell": "Èrm p'ccinn,/ gavtèmm v'cein,/ n' vulèmm bbèn/ cùm frét i sòr./ jìnd all'ùort, nàn v'dàj n'sciòun,/ n'abbrazzèmm,/jì t'vulàj vasè/ tu nna vulèj,/ vultèj a chèp,/t' v'rgugnèj./ Stè tr'm'lèmm/ tand'er a paòur./ T n'f uscièst,/ jì rumanìebb sòul./ Aprìebb l’òcchjr,/ èr vèr o er stèt/ nu suònn?/ M' s'ndàj angòr/ u tr' mlizz/dù cùorp tòu/ca s'str'ngiàj/a mmàj/ i m' purtàj/ ' mbaravèis". Più volte versi di questa enti­tà in più punti mi hanno preso: anche per la scel­ta lirica dell'impasto linguistico (assonanze, allit­terazioni, misura corta dei versi e del lessico), certe soluzioni stilistiche che esaltano il minusco­lo universo espressivo della lingua alberobellese, mi piace la freschezza di certi sentimenti che fanno di "Arèll" un piccolo capolavoro di poesia dialettale.

Ma altre cose lasciano il segno come u tièmb "ca còrr i còrr/ i nnànz fèrm mé...Pàss velòc'/ cùm nu pacc',/ a n'sciòun tr'ménd mbàcc'/" O i versi scherzosi ma non troppo su "a mòrt": "fdèl cùm a mur'scén/. Cjèrt vòlt m'per d' vdèll /v'cèin v 'cèin a mmaj/ ca qués m ' tòcch ". Dalla lettura ho sentito la volontà di un impianto antropogonico arcaico, "A pasturìzzj", "I pastòur i u sàul", "I casìedd", "A terra nòst", fino alla polvere aurora­le "A lòusc'", a voler consegnare il mondo alla speranza luminosa, di "Ucìc'r ippast'e del "Cìel d'aprèil".

Dentro questo pulviscolo di lingua madre ci sono misteriosi percorsi e riflessi che si interseca­no: per esempio i lirici greci che affiorano attra­verso i grecismi e i latinismi del dialetto; come trapelano temi danteschi nella visione femminile, tramite per "u paravéis" (il paradiso) parola che deriva dal persiano "pairidaeza"(giardino). Ma vedi, poi, come il toscano Dolce Stil Nuovo, filtra attraverso la Scuola Siciliana, federicìana, araba, meridionale, e passa attraverso il misterioso rigur­gito di lingue che ci possono portare, come ha dimostrato il filologo Giovanni Semerano, fino al cuneiforme mesopotamico (Sumerico e Accadico). L'etimo della parola "trullo", allora, da cosa potrebbe derivare? Dice l'ostunese Semerano in un suo ragionamento: "// gomitolo, raccolto nell'addome, per i mesopotamici è il luogo sacro del concepimento, centro della vita (...). Il motivo del gomitolo intestinale: la voce truia è intesa come ludus troiae cioè "una pista intrigata informa di labirinto". Ma il nome truia ha senso di avvolgi­mento, di "gomitolo" e deriva dalla base accadìca "taru". La distanza fra truia e trullo mi sembra davvero molto breve. E poi c'è quel fatto che truia ha a che fare con avvolgimento, simbolo dell'ute­ro, ed è segno labirintico, lo stesso che si può identificare con l'Uovo Mater. Il trullo "a casedd" è uovo mater ed al tempo stesso truia; trullo è segno di labirinto, gomitolo, utero primordiale, tomba e rifugio aurorale. Ma, anche cerchio e punto: senso e rappresentazione dell'armonia. Per il resto possiamo presumere che è più vicino truia che il greco tholos alla parola trullo.

Per quanto ne so le potenti lingue del mondo non riescono più a raccontare la nostra vita, si sono come indurite in una sorta di cemento arma­to (il contrario della nostra porosa pietra a secco). Ogni giorno insieme a centinaia di specie si spen­gono centinaia di lingue: muoiono, con i loro popoli, la loro memoria, i luoghi che gli apparten­gono, la luce, i loro cieli, l'universo degli affetti, le architetture del paesaggio. Gino Angiulli, di­speratamente in questi anni ha messo in guardia la piccola comunità alberobellese sull'importanza della propria lingua: infinitesimale polvere di lin­gua madre, la sola in tutto il cosmo che può rive­lare certo secreto sentire di poche anime di un villaggio a trulli sperduto nella superficie globale. Ora con questo glorioso "Ciel d'aprèil" Gino ci re­gala una perla preziosa per non smarrirci. Di que­sto noi gli saremo per sempre grati.

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