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Qualcuno ha detto che i soprannomi "sono i misteri dell'anima e del linguaggio popolare".

In realtà la fantasia popolare creava i nomignoli più strani con una ricchez­za e una fantasia rigogliosa.

I soprannomi fino a pochi anni fa hanno caratterizzato la vita della nostra comunità, erano diffusissimi; non vi era famiglia o persona che ne fosse esen­te, si tramandavano per generazioni, sostituivano il cognome, lo sommergeva­no e Io sopprimevano.

Fino agli anni Cinquanta se si cercava una persona o l'abitazione di una famiglia senza conoscerne il soprannome, diventava difficoltoso e quasi impossibile riceverne le indicazioni.

Pochi conoscevano i compaesani con il loro cognome, tutti, invece ne conoscevano il soprannome.

Che cosa erano questi   "nomi del popolo"?

Erano appellativi che si aggiungevano al nome proprio delle persone per sottolinearne certe qualità fisiche o morali, per distinguerle da altre omonimi.

I termini, quasi sempre spontanei e fantasiosi, con cattiveria e senza pietà per nessuno, evidenziavano malattie, tare, situazioni familiari, disgrazie, disav­venture, attributi maschili o femminili; derivavano dai difetti fisici delle per­sone, dal carattere, dal comportamento, dall'alterazione dei nomi e dei cogno­mi, dal mestiere o dalla professione esercitata, dalla contrada del proprio domicilio, dal luogo di provenienza, dal riferimento al padre o alla madre, dai vizi, da una frase o da una interlocuzione che l'interessato usava ripetere nel discorrere, dagli animali, dalla gastronomia, dai giochi, dagli oggetti, dagli attrezzi, in sostanza da tutto il conoscibile che colpiva la fantasia e l'estro di chi li attribuiva.

I soprannomi erano prerogativa dei proletari, alle poche persone ricche della comunità, i "signori" e i "padroni" (i s'gnòur e i patròun), non si attribuivano perché il loro nome era sempre preceduto dal "don" (titolo onorifico delle persone dì riguardo) seguito dal nome e cognome dialettizzati: don Ang'l Tòur, don Cìcc’ Colùcc’, don Cìcc’ Angiùdd, don N'côl Agrùst (don Angelo Turi, don Francesco Colucci, don Francesco Angiulli, don Nicola Agrusti); o da "patròun" seguito da solo nome: patròun Giuànn, patròun N'côl, patròun Andòn’j (padrone Giovanni, padrone Nicola, padrone Antonio)              ' :

Salvo eccezioni, ognuno conosceva il proprio, ma intimamente lo riteneva disdicevole per sé e per la propria famiglia, perciò chiamare direttamente una persona con il suo soprannome era considerato un insulto e qualche volta la reazione dell'offeso poteva diventare piena di improperi e anche..."manesca".

In questa epoca sono quasi scomparsi, non sono più in uso, sono solo pre­rogativa dei discorsi degli anziani che, nel parlare delle cose passate, non rie­scono, riferendosi alle persone da loro conosciute, a citarle se non attraverso quello che era il loro "nome popolare".

Adesso le usanze sono cambiate, le giovani generazioni non solo non cono­scono quale appellativo era attribuito ai loro padri e ai loro avi, ma ne igno­rano anche le ragioni.

Il desiderio, quasi il bisogno, di fare sapere loro da dove veniamo, per far meglio comprendere dove stiamo e dove andremo, mi ha spinto a mettere insieme i soprannomi che sono riuscito a ricordare personalmente e a farmi ripetere dagli anziani.

Moltissimi appellativi sono scomparsi con la morte dei titolari, altri ancora sono nella memoria di qualche vegliardo e spero che chi noterà le omissioni me le segnali per potere arricchire la raccolta.

Una cosa è certa ed è che a nessuno più riesce o riuscirà di ascoltare la famosissima ripetuta domanda che ognuno rivolgeva a chi chiedeva loro noti­zie di una persona citandone solo il nome ed il cognome:

Cûm ng’ dìsc’n? = Come lo appellano? Qua! è il suo soprannome?

GINO ANGIULLI

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