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Don_Francesco_Gigante_900

1812 - 1888

CHI ERA DON FRANCESCO GIGANTE?

Un sacerdote audace agricoltore e filantropo...

Il sacerdote Don Francesco Gigante, nato ad Alberobello il 18 set­tembre 1812 e deceduto il 9 gennaio 1888, terzogenito di dodici figli di Domenico, vaticale (vetturale) nativo di Putignano e di Manfredi Caterina, era un monaco che, abbandonato il convento in seguito alle leggi di soppressione dei beni ecclesiastici, vestì l'abito talare e si riti­rò al suo paese natio: Alberobello.

Da quel momento, più che dedicarsi alla Chiesa ed all'esercizio del sacerdozio, svolse tutta la sua attività nell'ambito dell'agricoltura, a ciò spinto sia dalla sua naturale inclinazione che dalla sua innata ten­denza agli affari.

Era fortemente convinto che la terra fosse fonte di ricchezza e di benessere sociale e perciò dedicò tutta la sua rimanente esistenza all'a­gricoltura.

Dotato di audacia, risolutezza e disinvoltura negli affari, con i pochi soldi di cui disponeva, iniziò a costruire la sua ricchezza acquistando la piccola masseria Zippitello che rivendette a piccoli lotti, anche a cre­dito, ai contadini conseguendo un notevole primo guadagno.

Ad Alberobello, all'inizio del 1854, al prezzo di settemila ducati, acquistò la masseria Albero della Croce in base ad un esproprio in danno di donna Teresa Spinelli contessa di Conversano.

Continuò in questa sua attività spronato dal successo e dalla con­statazione che il frazionamento dei terreni, soprattutto quelli di natura boschiva, a piccoli lotti, affidati in enfiteusi ai contadini, ne aumenta­va notevolmente la produttività.

Egli non si limitava soltanto a fornire i lotti ai coltivatori, ma anticipava loro sementi e aiuti in denaro, una sorta di credito agrario, sti­molandoli a produrre di più e meglio per poter riscattare quanto prima il podere enfiteutico.

In proposito così scrive lo scrittore alberobellese Pietro Lippolis: Don Francesco Gigante contribuì efficacemente alla colonizzazione delle nostre campagne, dove i contadini si trasferivano con le loro famiglie, costruivano - agevolati dal materiale locale - il trullo asciut­to e soleggiato e lì vivevano la loro vita patriarcale e frugale. Il Gigante compì una vera opera di educazione agricola fra i nostri con­tadini, facendoli innamorare della terra, non solo col suo entusiasmo virgiliano, ma soprattutto con l'esempio della sua crescente fortuna, dovuta all'agricoltura. [...] Don Francesco Gigante diede ad Alberobello il primo ed efficace impulso al frazionamento del latifon­do, contribuendo alla formazione della piccola proprietà, che è condi­zione di equilibrio sociale e tanto benefica per una maggiore e miglio­re produzione. Facendo un giro per le campagne di Alberobello, si sen­tiranno denominare "le terre del prete", migliaia di piccoli fondi rusti­ci, che devono la loro provenienza alle masserie acquistate e suddivi­se da don Francesco Gigante [...] (2).

.... o uno scellerato malfattore?

Nella vita del sac. Gigante vi sono parecchie ombre che, seppure alla fine rischiariate dalla luce della sua lungimirante benevolenza, non si possono non ricordare.

Il suo procedere al dissodamento dei boschi, quasi sempre, fu effet­tuato in deroga alle leggi vigenti dell'epoca.

All'inizio del 1854 avvia il dissodamento dei 60 tomoli del bosco che egli aveva acquistato in contrada Albero della Croce.

Una denunzia anonima segnala in quell'anno alla Direzione delle Foreste e della Caccia che in questo bosco il sac. Francesco Gigante si fa lecito tagliare gli alberi, costruire delle quantità di piazze per uso di carbone, e ciò con l'idea di dissodare il bosco, e ciò si esegue con consiglio dell'Ispettore Forestale che ci ha preso una somma di dena­ro. Signore fate eseguire un rigoroso esame e troverete la verità.(3)

Non fu possibile accertare la corruzione ma fu elevata la contrav­venzione per il danno arrecato al patrimonio boschivo.

Dal verbale di accertamento si evince che l’estensione disboscata è di circa tomoli 15, che fa parte dei tomoli 60. Osservandosi in essa la recisione di maestosi alberi di alto e medio fusto di querce /arnie. Inoltre vi sono 40 aie di carboniere tutte nuove, 5 forni a calce, delle cave di pietra, e ciò a disprezzo del Real Rescritto del 31.8.1841.w II sacerdote, nella sua difesa, con sfrontatezza affermò scrivendo che non ho disboscato un albero, non ho dissodato un pezzo di terra. L'Ispettore Forestale lo smentisce e riferisce all'Intendente che quell'audace sacerdote disprezzando i verbali già compilati a suo carico e a lei rimessi e passati al Potere Giudiziario [...] e, come se si voles­se beffare dell'ingiunzione avuta, se ne sta impavidamente a prosegui­re il disboscamento nella residua parte boscosa che gli appartiene. Conclude, preoccupato per i tempi lunghi del procedimento penale, chiedendo di trovare un mezzo di linea di polizia da arrestare la tra­cotanza di quel sacerdote.

Don Francesco Gigante fu protagonista di accesa rivalità con il sin­daco Giacomo Giove <6> con denunce e accuse reciproche.

In una sua lettera di denuncia al Prefetto di Bari, del 26.8.1963 e da questo inoltrato al Procuratore del Re, così scrive, fra l'altro, il sac. Gigante: Giove, miserabile ed inesperto medico spatriato da Monopoli, con l'aiuto dei suoi congiurati, a vie di minacce e di lusin­ghe, ottenne la soscrizione di molti proprietari per loro medico con­dotto, e carpì molto denaro col pretesto d'inviarlo a Garibaldi, invece se n'è servito per costruirsi un palazzo. Cogli stessi mezzi giunse a farsi nominare Consigliere Municipale, e poscia con falsi rapporti Sindaco [.....]"

Tali accuse furono giudicate senza fondamento dal Tribunale Circondariale di Bari.

Don Francesco ed il fratello Luigi erano stati accusati dal Giove e da altri di essere manutengolo di briganti, depositario d'armi e di munizioni m, complice di omicidio e altro, comprendendovi nelle denunzie i suoi fratelli Luigi e Donato.

Per effetto di tali calunnie il sacerdote con i suoi massari ebbero a soffrire molti mesi di carcere, fino a quando l'autorità giudiziaria, sce­verando il falso dal vero, scoprì la verità e li mise in libertà.

Il sac. Gigante subì un grave danno economico perché, a causa del suo arresto e dei suoi salariati, la masseria Albero della Croce rimase forzatamente incustodita e fu saccheggiata dai ladri.

Era conclamata la connivenza del sacerdote con i briganti e soprat­tutto di suo fratello Luigi, ma essi avevano obiettivi diversi nel man­tenere rapporti con questi malviventi:

Don Francesco operava in lai modo per essere sicuro in campagna, ove abitava, e libero nelle tante sortite che egli giornalmente faceva per visitare e coltivare t tanti appezzamenti dì terreno che possedeva in varie contrade.

Luigi con avidità cercava di disfarsi di certi individui mettendo in opera qualunque nefandezza perché giungesse al maligno scopo e a profanare anche le nuove istituzioni.

La stretta solidarietà fraterna si esaurì in coincidenza con la fine della grave piaga sociale del brigantaggio. Fu inimicizia sfociata in odio e il sacerdote non nominò più col proprio nome il congiunto e fino alla sua morte lo chiamò "Crocco".

Nessuno seppe spiegare il perché di tale avversione, si pensò vero­similmente che don Francesco maturò tale sentimento di contrarietà quando seppe dei tanti fatti perfidi e delittuosi compiuti dal fratello.

Don Francesco Gigante non fu esente dalla tendenza a compiere intrighi e deplorevoli azioni.

Da due atti (13.10.1873 e 8.10 1875), richiesti dal Pretore di Noci per uso di giustizia, emerge la tendenza del prete a compiere misfatti e scelleratezze. Saltano agli occhi gli stupri nei confronti di mogli zitel­le e fanciulline di tenera età dopo l'adescamento dì simulato sfarzo dei suoi poteri; [...]. (LU)

Questo comportamento, certamente non consono alla sua condi­zione sacerdotale, viene denunciato dal padre e dal fratello all'Intendente di Polizia di Bari che, il 16.2.1844, così scrive al Vescovo di Conversano:

Per cagione d'interesse Domenico e Sebastiano padre e figlio Gigante di Alberobello sono in positivo disgusto col figlio e fratello Sacerdote D. Francesco Gigante. Per allontanare un qualche serio inconvenien­te che potrebbe aver luogo, atteso gli animi costantemente alterati, è stato proposto al Sotto Intendente di Altamura di obbligarsi esso sacerdote di portarsi a dimorare nella Diocesi di Lecce, ove trovasi egli incardinato secondo si fa credere. Ed è perciò che io mi rivolgo a Lei pregandola a volermi manifestare tutto quanto potesse occorrere al riguardo.

Il Vescovo risponde spiegando che:

[...] il sac. D. Francesco Gigante di Alberobello, luogo di mia dio­cesi, un tempo delizioso osservante della monastica provincia di Lecce, ottenne la sua secolarizzazione contro mia voglia, ed in aliena dimora, che non conosco qual sia. Appena secolarizzato, e conferitosi in Alberobello, io feci sentire al medesimo, che non lo riconosceva nella qualità di mio suddito; che anzi inibii al medesimo di celebrare la messa nei luoghi detta mia gran Diocesi, ora che il Sotto Intendente di Altamura ha suesposto per veduta di Polizia, il Sacerdote sia obbli­gato portarsi nella Diocesi di Lecce, ove trovasi incardinato [....]

Ancora, in data 10.5.1844 il Vescovo di Conversano, dopo ripetuta corrispondenza con la Sotto Intendenza di Altamura, così scrive: [...] trovo conveniente che il Sacerdote D. Francesco Gigante de

Comune di Alberobello sia obbligato a ritornare nella Diocesi di Lecce ove trovasi incardinato, per servire quella Chiesa.

Pur di rientrare ad Alberobello Don Francesco escogita ogni siste­ma: produce certificati, rilasciati da illustri medici, che attestano la sua non idoneità alla vita monastica; implora il Vescovo, supplica Cardinali fino a quando gli viene consentito di permanere fuori del suo Ordine come sacerdote secolare con la concessa facoltà di attendere al ministero dell'altare e di celebrare messa con licenza dell'ordinario non essendovi alcun impedimento.

Alla fine della sua esistenza il sacerdote don Francesco Gigante, ritenuto pioniere della rinascita agricola di Alberobello, oltre al godi­mento dei canoni enfiteutici rinvenienti dai parecchi fondi affidati ai contadini, aveva accumulato un patrimonio immobiliare non indiffe­rente che comprendeva un'ampia estensione di terreni, di circa mille ettari, facenti parte delle masserie:

A queste bisogna aggiungere gli appezzamenti nelle contrade Badessa, Pentima Vetrana, Monache, Foggia scoperta, Le Gravine, diverse abitazioni a Trullo sparse nelle campagne ed altre facenti parte dell'abitato di Alberobello, e alcune "fogge" (grosse cisterne di acqua piovana) per l'abbeveraggio del bestiame, a pagamento, dislocale in diverse contrade.

Il 16.7.1922, viene murata, sulla facciata principale del Palazzo Comunale di Alberobello, una lapide marmorea a lui dedicala, con la seguente epigrafe dettata dal concittadino avv. Pietro Lippolis:
"Nel marmo perenne / volle il popolo consacrato / il nome del munifico concittadino / don Francesco Gigante / che / tutto il cospicuo patri­monio dall'equa terra largito / destinò con civile intento / alla fonda-zione dell'Istituto Agrario /che da lui ha nome /affinché ne uscissero / alunni esercitati in agricoltura / amatori della Patria e della vita sociale /II Comune di Alberobello / tenace esecutore della volontà / del liberale benefattore /nell'anno 35° della sua morte /questo segno / della gratitudine cittadina / a memoria ammirazione ed esempio / solennemente pose / addì 16 luglio 1922."

Mi pare pertinente concludere il presente capitolo con quanto scrive Vincenzo Veneziano:
"quell'uomo ricco e potente, che aveva condizio­nato con la sua influenza un intero paese, che tutti consideravano un brigante in piena regola, che "inspiegabilmente" , da monaco era diventato prete e da nullatenente un facoltoso possidente, ora gabba­va tutti e lasciava tutto al Municipio, all'organo rappresentativo di quel popolo che più volte aveva fatto tremare. Si era ravveduto negli ultimi mesi della sua turbolenta esistenza? Oppure con quel suo gene­roso lascito avrebbe voluto farsi perdonare, in modo sensazionale, delle sue sensazionali "manchevolezze" O ancora, in punto di morte, volle dare un saggio della sua astuzia lasciando agli odiati nipoti un amaro e imperituro ricordo? Cento anni non sono bastati per dare risposte a queste domande.

Angelo Martellotta asserisce: // sacerdote Gigante, tuttavia, merita un attenzione particolare a causa del suo immenso patrimonio, dona­to con testamento nel 1887, per un'encomiabile iniziativa d'ordine morale e molto biasimo per i rapporti da lui stesso mantenuti con avventurieri del suo tempo.

 

(1) Padre Salvatore di Alberobello, dei Minori Osservanti della Provincia di Lecce, è al secolo Francesco Gigante.

(2) Pietro Lippolis - ALBEROBELLO NELLA MURGIA DEI TRULLI E DELLE GROTTE, De Luca Editore, Roma, 1961

(3), (4), (5) Italo Palasciano, ALBEROBELLO NEL SETTE E OTTOCENTO -Cronache Selvesi tra contadini, "signorini" e briganti - Schena Editore, 1987. Pg-41.

(6) Giacomo Giove è stato, dal 1860 al 1867, il primo sindaco di Alberobello eletto a suffragio popolare.

(7)  Vitantonio Agrusti - SCHIZZO GENERALE DEL BRIGANTAGGIO NELLA MURG1A DEI, TRULLI - a cura di Angelo Martellotta, Schena Ed., Fasano, 1990. pg.102.

(8) Scrive Vitantonio Agrusti: // prete Francesco Gigante era compromesso per i fatti vergognosi che in  quel tempo svolgevansi relativamente al brigantaggio. [......] era avvenuto un incidente di qualche rilievo: Un tal Campanella di Locorotondo, sulla strada Locorotondo-Alberobello, fu trovato dai carabinieri; lo rovistarono e gli rinvennero indosso moltissime palle di piombo e una bac­chetta di legno proprio fatta per lavorar cannicci di fucile. Il Campanella fu per­ciò arrestato dai carabinieri e confessò essere stato comandato dal prete Gigante, di portare dette palle a Locorotondo per convenzionare cartucce da fucile. I carabinieri andarono tosto alla masseria di Gigante per perquisirla. Vi trovarono 4 fucili in pieno ordine e provvisione di polvere e palle; gli domanda­rono: "A che tutta questa roba?", rispose: "Essendo io abitualmente in campa­gna e non avendo casa propria in città, mi sono munito di questa per difender­mi dai briganti insieme col mio guardiano. Dopo i carabinieri gli chiesero dell’'individuo che avevano arrestato per la strada, Gigante rispose confessando averlo spedito egli per confezionare cartocci non essendone egli capace e che altre volte aveva così praticato. I carabinieri o perché nicchiarono o perché fra­tello coreo a Luigi Gigante restarono giuntati (gabbati) dalle risposte maliziose del prete. - Vitantonio Agrusti, SCHIZZO ecc., pagg. 145-147.

(9)  Ibidem, pg. 147.

(10) Ibidem, pg. 145.

(11) Ibidem, pg. 137.

( 12) Vncenzo Veneziano, LA FONDAZIONE GIGANTE SIAMO NOI, su "ALBERO-BELLO", Rivista di Cultura e Attualità - n, 4-5, aprile-agosto 1988, pag. 4.

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