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maestro_totaro_IIIA_75_76Una vita per la scuola

Lo incontriamo sull'uscio della sua abitazione in via De Amicis, proprio accanto all'edificio scolastico. E non è casuale questa toponomastica, per­ché il professor Totaro è forse l'ultimo testimone di un fare scuola da libro Cuore. "Come va, maestro? Volevo presentarle mio figlio Martino". E lui: "Ciao, sai che il tuo papa è stato mio alunno ed era proprio piccoletto come te? I primi giorni non faceva altro che dire "Maestro, quand'è che ce ne andiamo a casa?". "E tu cosa vuoi fare da grande?" E Martino: "Chissà, forse l'ingegnere". Lui pronta­mente: "No, ti dico io cosa fare: fai il sacerdote!" Un po' spiazzati dalla risposta, ci congediamo.

Scorrendo il suo lungo curriculum uma­no, potremmo capire anche il perché di una simile risposta.

Sesto di sette figli, nasce a Putignano, da mamma Maria e papa Giuseppe, il 19 Marzo 1924. Nella sua numerosa famiglia, anche due religiosi dell'Opera del Prezio­sissimo Sangue: padre Angelo Totaro e suor Addolorata Totaro.

Si diploma a 18 anni (1942) dopo aver compiuto gli studi nel seminario di Con­versano e successivamente presso l'Istituto Magistrale di Bari; poi parte per il Brasile, come molti conterranei, alla ricerca di buone occasioni di lavoro tecnico, per rimanere lì fino al 1949.

Tornato in Italia è istitutore presso il Collegio orfani Ferrovieri a Porto San Giorgio, nelle Marche, fino al 1953. Final­mente nel 1962 vince il concorso per l'insegnamento stabile nelle scuole pub­bliche. Viene assegnato a Putignano fino al 1964, poi alla scuola rurale di Barsento e nel 1966 ad Alberobello, prima presso il plesso Morea, poi presso il plesso San­t'Antonio.

Io lo ricordo così: un maestro dall'a­spetto solo apparentemente severo e rude, ma in realtà dal grande cuore, che si preoccupava di predisporre una stufa se il riscaldamento risultava insufficiente, che spronava i più vivaci con sonori am­monimenti, ma che poi si faceva perdonare regalando piccoli fischietti o qualche caramella.

E poi il suo metodo: ogni alunno ha sue peculiarità e per questo va seguito in maniera personalizzata.

Qualcosa che oggi è già ben codificata e acclarata ma che il nostro professore ha attuato in largo anticipo sui tempi e a modo suo, ritagliandosi durante le ore di lezione lo spazio per scrivere di suo pugno sul quaderno di ognuno, la lezione e i compiti per casa.


E questo ogni giorno, per tutto l'anno.

E ancora: le lezioni 'motorie' nell'an­drone del plesso Sant'Antonio, con gli alunni in fila per due recitando a mò di marcetta (e battendo bene i tacchi) i versi di "San Martino" del Carducci. Sì, se c'è una cosa che ho imparato da lui, oltre a scrivere e far di conto, è la musicalità delle parole, come quella dello scandirsi delle rime nei versi.

E infine il senso dello Stato, questo sconosciuto: il coro della classe da Ottobre fino a Maggio ripeteva, fino ad impararlo, il canto "La Leggenda del Piave", I' inno che celebrava la riscossa delle truppe italiane sul fronte Veneto nella prima guerra mondiale.

Sono passaggi fondamentali per un bambino, ancor più se misurati in un'epoca in cui i programmi ministeriali non prevedevano piani di offerta formativa. Il suo obiettivo era solo garantire a tutti, fino al termine del percorso scolastico, la conoscenza degli elementi essenziali della storia, della grammatica e dell'aritmetica, senza distinzioni di classe sociale.

Per il maestro Totaro la scuola è sempre stata una passione totale: oltre 250 i 'figli' passati per le sue classi. Passione forte e condivisa con la moglie Antonietta, collega e compagna di una vita.

Rileggendo i quaderni dei suoi alunni, non si può evitare di notare spesso a bordo pagina il tratto poderoso della biro rossa, a metà tra un intercalare ed un benevolo scappellotto (in quegli anni accadeva eccome, senza patema di incorrere in richiami dal telefono azzurro...), con la scritta: "Leggere, leggere, leggere!!"

Foto - Classe III A - a.s. 1975-76

GIUSEPPE SPINOSA

Articolo tratto dalla Strenna di Santa Lucia 2007

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