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toponomasticaControversa appare la spiegazione del contenuto semantico del toponimo Alberobello. Una prima interpretazione è stata fornita da Notarnicola, per il quale la voce «Alberobello» deriverebbe dal latino «arbor belli», cioè «albero della guerra», ad indicare, cioè, un albero nei pressi del quale avvenne un’azione bellica o un fatto d’armi.

Ad avviso dello stesso Notarnicola, quindi, tale albero, una quercia di imponenti proporzioni e di insolita bellezza, vegetò fino al 1830, «essa era sì grande, che, nel suo tronco, reso cavo dai secoli, ospitava fino a cinque persone. Sorgeva a 200 passi, sotto l’abitato (cioè, sotto il Rione Monti, l’attuale Zona Monumentale), sulla strada per Martina-Taranto (ora Via dell’Indipendenza), nel luogo detto del Carruccio, e per traslato era chiamata “la quercia del Carruccio”».

Proprio questa denominazione serve, per Notarnicola, ad individuare il fatto d’arme che tale quercia doveva ricordare. Scrive, infatti, lo storico: «il significato di quest’ultimo nome, nel gergo alberobellese, è uno solo: carroccio. Se noi colleghiamo questo albero, memorabile per un episodio bellico, al carroccio; se noi ricordiamo che, fino dal V secolo, il Papato considerava come suo feudo suburbicario le province del Mezzogiorno (e ne affidava la gestione religiosapolitica-amministrativa agli Ordini Monastici e principalmente ai Benedetini); se ricordiamo inoltre l’ira di Gregorio IX e la scomunica che inflisse all’Imperatore Federico II, nel 1227, per gravi controversie in conseguenza della VI Crociata; se ricordiamo la rivolta che il Papa gli sollevo contro nel Regno di Napoli, con spaventose insurrezioni di quei Baroni e assalti dei clavigeri (militi pontifici); e se teniamo presente, infine, che Federico prediligeva queste contrade, sostando nel suo castello della vicina Gioja del Colle, ci vien fatto di pensare che nella nostra selva si scontrassero le milizie imperiali con gl’insorti Pugliesi, riunitisi, a somiglianza dei Lombardi, attorno al Carroccio; e che questo simbolo sacro della Puglia, sul quale avevano inalberato, col Crocefisso, la squillante campana e lo stendardo della loro libertà, venisse difeso ad oltranza proprio sotto l’immensa chioma della materna quercia».

Diversa, invece, è l’interpretazione di Lippolis, per il quale la voce «Alberobello» risulta composta da due parole il cui significato «non ammette equivoco e trova rispondenza nella realtà geofisica e storica della località». Ad avviso di Lippolis, cioè, la denominazione originaria della Selva, in cui poi sorse Alberobello, era «Silva Alborelli», come dimostrerebbero una serie di documenti ed atti, e da cui sarebbero derivate una serie di varianti, dovute ad errori di trascrizione, fra le quali anche quella di «silva arboris belli», che è a supporto della teoria di Notarnicola. Secondo Lippolis, invece, è fuorviante porre il latino a base di quest’etimo. Più semplicemente il termine «Alberobello» deriverebbe dal primitivo «Alborelli», che modificato nel corso del tempo in «Albor-b-elli» e quindi in «Alberobello», starebbe ad indicare la bellezza degli alberi della sua Selva millenaria. Così infatti Lippolis scrive, replicando a Notarnicola: «ammettiamo pure che nella contrada del Carruccio uno di quegli alborelli sia diventato, nel corso dei secoli, un albero di imponenti dimensioni, da poter ospitare nel suo tronco cavo fino a cinque persone: doveva essere davvero un bello esemplare di quercia: un Albero bello, ma senza alcun riferimento a fatti bellici, o a stragi di masnadieri». Dunque per Lippolis non esistono dubbi: è stato l’Albero bello del Carruccio che ha dato il nome ad Alberobello, già denominata Silva Alborelli.

Ultimamente, invece, uno storico attento e sagace, Giovanni Liuzzi, sulla base di ricerche archivistiche, ha proposto un’interpretazione del toponimo, che appare estremamente fondata, poiché basata su reali prove storiografiche. Secondo Liuzzi, dunque, la voce Alberobello, secondo una semplice interpretazione letterale, vuole meramente significare «quercia maestosa». Il problema, piuttosto, per lo storico, è quello di individuare la giusta ubicazione di quest’albero detto «alberobello» e che poi avrebbe dato il nome all’intero paese. Sulla base di ricerche archivistiche di prima mano, dunque, Liuzzi pensa che esso dovesse trovarsi nei pressi di una tenuta martinese del convento di San Domenico, detta Masseria di Pentima Vetrana o di Appiccio. Più precisamente l’«alberobello» giaceva lungo l’attuale strada Alberobello-Mottola, sull’attuale linea divisoria dei territori comunali di Martina e Mottola ed era nel passato come elemento di individuazione della linea di confine tra il territorio di Mottola e quello di Noci. Importante, da questo punto di vista, è la relazione del 1704 del tavolario Donato Gallerano con la relativa pianta. In essa, fra l’altro, precisando la linea di confine fra il territorio di Noci e quello di Mottola ed individuandone i limiti del versante sud-nord, così si scrive: «proseguendo più oltre detto confine per l’estremo della contrada delli Poltri, intersecando una pubblica via, d’indi si và a portare ad un gran’arbore con una specchia attorno, che per ragion dell’estravagante grandezza respettivè agli altri del luogo, vien dinominato Arborebello numero 23, che dà anche denominazione ad un bosco, poco discosto dal quale sotto capanne, e pagliari vi stà numerosa abitazione di molte persone». Si tratta, dunque, di un passaggio importante, perché attesta, in maniera inequivocabile, le origini del toponimo.

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