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Il legittimo successore di Giangirolamo II doveva essere il figlio Cosmo (1627-1665).
Egli, Duca di Noci, di fatto esercitò il governo sul feudo di Conversano sin dal 1649, data dell'avvio a Madrid del processo contro GiangirolamoII. Ma prima ancora di riceverne l'investitura ufficiale per la morte del padre, avvenuta nel marzo del 1665, sostenne un duello con Petracone Caracciolo, figlio di Francesco I Caracciolo, duca di Martina, il 19 luglio 1665, durante il quale trovò la morte.

Così Notarnicola descrive quell'evento, indicandone anche le cause: «i Martinesi si opponevano al godimento degli usi civici reclamati dai Selvesi nelle selve possedute da Cosmo, ma cadenti sotto la giurisdizione civile di Petracone; così come questi vietavano a quelli il diritto di caccia nella Selva di Alberobello e nelle Murge di Noci, esclusivamente riservate alla Casa Acquaviva ed ai suoi vassalli. Sovente i cacciatori martinesi scommettevano fra di loro alte poste per chi ardisse inoltrarsi nelle foreste del Conte, sfidando la vigilanza dei suoi guardiani.

Donde violenze, zuffe, vendette, arresti. Invano i Presidi delle province di Bari e di Lecce emanavano ordinanze per impedire i conflitti: gli avversari non disarmavano. La provocazione giunse a tal punto che, ai primi di luglio 1665, i tre noti armigeri del Duca di martina - Salomone, Carlo e Marcello - osarono penetrare nel territorio dell'Acquaviva e spingersi spavaldamente fino alla masseria Campanella, entro le 3 miglia della Difesa di Noci. Appena lì, furono freddati da tre armigeri di Cosmo. Da 4 mesi Giangirolamo era morto e Cosmo - che, pur non avendo ancora ricevuto l'investitura della Contea di Conversano, se ne riteneva il feudatario di fatto - voleva dare una pubblica dimostrazione del suo dominio, di altera fierezza intollerante di sopraffazioni.

Segnatamente voleva regolare i vecchi ed i nuovi conti col suo astioso nemico, por fine alle sue contestazioni giurisdizionali, alle violazioni territoriali, all'opposizione nello sviluppo del borgo selvese, e, abilissimo schermitore qual'era, sfidò Petracone a un duello alla spada. Sfida che fu accolta con pari fremente brama. Fu stabilito che lo scontro sarebbe avvenuto il 19 luglio, in territorio neutrale, fuori dei loro feudi e fuori mano, onde evitare gl'impedimenti delle autorità provinciali ed ecclesistiche, che inibivano i duelli. Fu scelto il largo della Chiesa dei Cappuccini in Ostuni. Sebbene il duello fosse stato organizzato con segretezza, tuttavia qualche notizia trapelò, poiché, quando Cosmo col suo primogenito Giangirolamo, Petracone col suo fratello Innico, i padrini: Carlo Carafa Duca di Noja pel primo (di cui era cugino) e Pietro della Cottera pel secondo, giunsero sul luogo convenuto, furono avvicinati dal Vescovo Carlo Personè col clero ed esortati, implorati a rinunziare al funesto proposito. Ma i due fieri nemici furono irremovibili, irriconciliabili.

Petracone, essendo lo sfidato, aveva diritto, a norma del codice cavallersco, alla scelta del posto, e si piazzò di spalla al sole, mentre Cosmo, venendo a trovarvisi di fronte, ne rimaneva abbagliato, quasi accecato, potentissimo essendo il sole estivo di Puglia. Altri elementi negativi pel Duca di Noci: la sua corporatura alta e massiccia, meno giovane meno agile di quella del Duca di Martina: inoltre il tradimento del suo maestro di scherma che aveva consentito ad allenare Petracone, rivelandogli i difetti dell'avversario: «scansa i primi colpi - gli aveva detto - e stancalo, fa' che il prenda l'affanno e il coglierai». Con furenti e fittissimi colpi si avventò Cosmo all'assalto, mentre il Caracciolo, rimanendo sulla difensiva, li parava o li scansava; quanto più quegli infuriava, tabto più questiera guardingo; fuvvi un istante che fu per essere trafitto e per un pelo evitò la stoccata.

Dopo parecchio battagliare dell'uno e schermirsi dell'altro, Petracone, passato all'offensiva, vibrò un fulmineo colpo al torace dell'Acquaviva, che, indietreggiando, cadde riverso per terra. Fu prontamente soccorso dal figlio e dal suo parente Giambattista Cincinelli Principe di Cursi, che lo seguiva in tutte le imprese. Anche i frati accorserso offrendosi e pregando; ma malgrado tutte le prestazioni, Cosmo irreparabilmente si spegneva tra fiotti di sangue e, di lì a poco, spirò fra le braccia di un padre cappuccino». Per la prematura scomparsa di Cosmo, quindi, a Giangirolamo II successe nella contea di Conversano il nipote Giangirolamo III (1647-1681) -figlio dello stesso Cosmo. A questi, poi, morto senza figli, successe il fratello Giulio III (1649-1691), unitamente presentato dalla tradizione come il più «famigerato» degli Acquaviva. Così lo ritrae Notarnicola: «sebbene fosse un Adone per bellezza ed un Marte per bellicosità, fu altresì un Plutone par alterigia e crudeltà.

Di molto superò l'avo ed il padre in crudeli vendette e sfrenato dispotismo, ricoprendo di ignominia il nome del suo casato. I suoi slanci d'amore e d'odio, le truci prepotenze, le temerarie avventure, gli eccessi di ogni genere ne formarono uno stranissimo personaggio da romanzo sensazionale, non sapremmo dire se giallo o nero». Di lui si ricorda in particolare l'episodio del duello di Norimberga, sostenuto contro Francesco Carafa Duca di Noia nel 1672. I motivi di disaccordo fra gli Acquaviva ed i Carafa erano diversi. In particolare sembra che un grave motivo di contesa si era innescato fra le due casate per la definizione dell'appartenenza del bosco di Panicello, nel territorio di Turi, in cui entrambe si arrogavano il diritto alla caccia: gli Acquaviva, da parte loro, non si facevano scrupolo di sparare sui cacciatori noiani che si trovavano nel bosco; Giovanni Carafa, Duca di Noia, per tutta risposta fece recidere l'orecchio ad un cacciatore di Castellana, vassallo degli Acquaviva, recatosi a Noia per vendervi del vino. La reazione di Giulio a questo oltraggio fu violenta. Così scrive Notarnicola: «egli decise di applicare al mandante Duca la penadel taglione. E, di notte, accompagnato dai suoi bravi, riuscì diabolicamente ad introdursi nel palazzo ed ad avere in suo potere il nemico. Alla vista della masnada e nell'ascoltare l'orribile minaccia, La duchessa Teresa si getto piangendo ai piedi di Giulio, implorando mercè pel marito.

In considerazione del legame di parentela esistente fra i due baroni, l'Acquaviva concedè soltanto di commutargli il castigo; e cioè, che il duca si assoggettasse ad essere dilapidato con sacchetti di sabbia ed a firmare, per maggiore scorno, una ricevauta della lezione inflittagli. Giovanni dovè subire l'una e l'altra umiliazione, e uscì così maciullato dal sacchettamento, da morirne breve tempo dopo, addì 24 maggio 1671». Dopo questo episodio i fatti subirono una brusca accelerazione. I fratelli di Giovannni, Francesco e Rodolfo, denunciarono l'accaduti al Vicerè, e, in conseguenza di ciò, Giulio fu costretto a fuggire a Venezia. La situazione precipitò quando Rodolfo Carafa rapì la sorella di Giulio, Dorotea, monaca professa del monastero di S.Benedetto di Conversano. Questo avvenimento acuì a tal punto l'odio fra le due famiglie da condurre, nel 1672, al duello di Norimberga fra Giulio e Francesco.

Così Notarnicola descrive l'avvenimento: «per la notorietà delle illustri casate cui appartenevano gli avversari, il duello, che doveva essere a tutto sangue, fu uno dei più famosi del tempo; e siccome doveva essere combattuto pubblicamente, nello steccato concesso dal Senato della città, tutta la nobiltà germanica v'intervenne come a spettacolo teatrale, per seguire le sorti dei due baroni pugliesi. Preghiere e voti innalzarono al cielo le dame per scongiurare tragiche conseguenze, come fortunatamente avvenne, giacchè il conflitto, dopo molti assalti, cessò per grave ferita al braccio riportata da Franceso. Ed un amplesso riconciliò finalmente i due acerrime nemici». Alla morte di Giulio III, avvenuta nel 1691 sull'isola di Nisida, dove era stato confinato (fu accusato, infatti, di non aver denunciato in tempo la diffusione del Colera a Conversano, favorendone così lo sviluppo) il feudo di Conversano passo al figlio Giulio IV (1691-1746). Fu con lui che si giunse alla definitiva sistemazione dei problemi giurisdizionali riguardanti l'individuazione dei confini dei territori di Noci e Martina, che in passato erano stati motivo di perenne conflittualità fra i Caracciolo e gli Acquaviva. La situazione era questa. Proprio fra il XVII ed il XVIII secolo, gli anni del dominio di Giulio IV, Noci conobbe una continua espansione economica e sociale, cui, di riflesso, seguì l'esigenza di una dilatazione del proprio territorio, soprattutto nella direzione di Mottola, che, città con sede vescovile, era semiabitata e in forte regresso, con un territorio sproporzionato alle sue esigenze.

Già in passato (nel 1595), del resto, proprio per favorire tale tendenza, si era provveduto ad assegnare a Noci un territorio, detto delle «tre miglia», intorno all'abitato, in gran parte sottratto a quello di Mottola; nel 1700 l'Università di Noci inoltrò una nuova istanza in Regia Camera contro l'Università di Mottola per il riconoscimento nel territorio mottolese dei diritti «di pascere le ristoppie e l'erba, di cogliere le galle, di andare ad acquare, di tagliar alberi e legna, di andare a caccia di uccelli e di altri animali con schioppetti, reti e balestre». Seguì nel 1701 la causa col Duca di Martina (la casa Caracciolo di Martina, infatti, sin dal 1653 aveva ottenuto il dominio sul feudo di Mottola). Ma solo nell'aprile del 1703 da Napoli arrivarono i commissari governativi del Sacro Regio Consilio: il regio consigliere Giambattista Pisacane e il «tavoliere» Donato Gallarano, che si incontrarono con le parti a Putignano per dirimere la questione.

L'anno successivo, finalmente, il 1 aprile 1704, fu resa pubblica a Napoli la relazione del Gallarano, con la relativa pianta, che conteneva le «capitolazioni» risolutorie, la cognizione dell'intero territorio di Mottola e la dettagliata confinazione delle «tre miglia» di Noci. In realtà la sistemazione proposta non risolse assolutamente i problemi esistenti. In particolare, infatti, si lasciava a Mottola un corridoio di terre boscose che si estendeva per oltre un miglio -cioè la parte settentrionale della contrada Poltri- fra la difesa di Alberobello e il territorio delle «tre miglia» di Noci e che aveva come ultimo termine l'estremità inferiore del Lago di Traversa: un invaso che in definitiva diventava un trifinio tra i territori di Alberobello, Noci e Mottola. Proprio per il controllo di questa sezione di territorio, infatti, negli anni immediatamente seguenti il 1704, ripresero le liti fra gli Acquaviva ed il Duca di Martina. Da questo punto di vista un motivo di forte contrasto era costituito proprio dal controllo delle sei «fogge» di Traversa. Ci si chiedeva, cioè, se erano da considerarsi «dentro» o «fuori» le tre miglia di Noci: nel primo caso, infatti, la giurisdizione toccava a Noci, altrimenti a Mottola. La situazione precipitò il 29 ottobre 1725, quando sopraggiunse il gravissimo incidente di Traversa.

Così Notarnicola descrive questo avvenimento: «Il Duca Francesco II aveva brama di possesso o, per lo meno, dell'uso incontrastato del lago di Traversa, comodo abbeveratojo pei suoi armentie greggi, perché situato quasi sul confine del suo feudo. Ma forti impedimenti contrastavano il suo disegno: gli odii antichi fra i Caracciolo e gli Acquaviva, l'essere il cisternale nella selva preferita di Giulio e nelle tre miglia della giurisdizione di Noci; nondimeno egli tentò il colpo. Le sue mandrie di suini furono "menate" dai suoi stessi armigeri, dalla tenuta di Poltri all'abbeveratorio, e ne infestarono le acque. I guardaboschi del Conte intervennero protestando e chiedendo il loro ritiro. Quelli tennero duri da cocciuti, questi insistettero accanitamente; gli uni e gli altri sostenevano i diritti, l'onore del rispettivo barone e non cedevano. L'urto fu irrefrenabile. Schiamazzo e rimbombo di fucilate echeggiarono sinistramente nel fitto della boscaglia e Benedetto -l'arrogante caporale dei bravi del Duca- cadde morto col suo cavallo, mentre gli altri Martinesi, di cui qualcuno ferito, fuggirono». Questo fatto di sangue accelerò la conclusione della vertenza nei tribunali della capitale; fu inviato, perciò, nell'aprile del 1726, come commissario, il consigliere del Sacro Regio Consiglio Matteo de Ferrante, insieme al Gallarano, per studiare la soluzione più opportuna. Si decise, così, di sciogliere ogni comunità nella zona settentrionale di Poltri e assegnare una porzione di quell'area a Noci.

Più precisamente, il 4 giugno 1726, fu emanato il decreto di Matteo de Ferrante, con cui si ordinò la divisione di quella fascia di territorio: due terzi andarono al Duca di Martina e quindi a Mottola; un terzo, con il lago di Traversa andò al Conte di Conversano e al demanio di Noci. Solo nel 1739, il 18 luglio, però, il decreto del 1726 fu eseguito: si procedette così a stendere il definitivo atto notarile per lo scioglimento di ogni comunità fra Mottola e Noci e per situare le «fitte» di confine lungo la linea imposta dal de Ferrante. Sembra che ad accelerare questa soluzione intervenne direttamente anche lo stesso Giulio IV, che eletto nel 1737 Vicario Generale di Terra di Bari, si avvalse della sua influenza per chiudere definitivamente questa vicenda.

Così Notarnicola commenta l'accaduto: «quell'istrumento che, finalmente, eliminava ogni motivo di conflitto fra i Caracciolo e gli Acquaviva, fra Martina e Noci, distruggeva anche gelosie, opposizioni, contrasti e minacce fra Martinesi e Selvesi. Esso fu per tutti sommamente benefico, ma, specie per questi ultimi, fu la rinascita alla vita e l'inizio di una nuova epoca». A Giulio IV successe il figlio Giangirolamo IV (1724-1773), il quale, alla sua morte avvenuta in Napoli, lasciò in precarie condizioni economiche la contea di Conversano al figlio Giuliantonio V (1742-1801), durante il cui governo, nel 1797 Alberobello fu liberata dal giogo feudale. Gli successe il figlio primogenito Giangirolamo V che fu l'ultimo Conte effettivo di Conversano, in virtù del decreto del 2 agosto 1806, con cui Giuseppe Bonaparte abolì il feudalesimo nel regno. Il titolo puramente nominale ed onorifico di Conte di Conversano gli rimase e fu trasferito ai discendenti con ordine di primogenitura. Giangirolamo V morì nel 1848.

A lui subentrò, nel titolo di Conte di Conversano, il figlio Luigi. Questi sposò Giulia, figlia del Duca di Casalaspro e Pietragalla, e alla sua morte, avvenuta il 20 dicembre 1898, il titolo di Conte di Conversano e di Duca di Casalaspro e Pietragalla fu ereditato da suo figlio Giulio. Questi sposò Rosa Labonia, la quale visse fino alla sua morte (1915) ad Alberobello, nel palazzo fatto edificare da Giangirolamo II, e che ancora oggi è indicato come Palazzo della Contessa. Alla sua morte, i beni della Contessa Labonia passarono alla nipote, Marchesa Gabriella Avati-Labonia.

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