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alberobello_vecchia2di Giovanni Guarella

LE ORIGINI

«…veggonsi per le campagne sparse in gran numero capanne fabbricate a secco, dove di pietre calcaree e dove di pietre tufacee.
Sono denominate trulli e sono costruite ingegnosamente di figura conica colla loro cupola, per cui somigliano a tanti mausolei sparsi per la campagna. Servono di alloggio al bestiame e alle persone rustiche, e vi è un paese tutto costruito di tale gusto detto
Albero bello».
Così Giuseppe Maria Galanti, nella sua Della Descrizione geografica e politica delle Sicilie, nel 1791, pochi anni prima della fine del feudalesimo, tratteggia il paesaggio della Selva di Alberobello (vedi toponimo).

Certamente non era più lo stesso paesaggio della sylva aut nemus Arbero belli di cui si fa cenno in una pergamena del 1272, in cui si descrivono i confini del canale di Pilo, pubblicata da Domenico Morea nel suo Chartularium Cupersanense. Non era quello tracciato in un Diploma del 1324, con cui Roberto d’Angiò, principe di Taranto, concedeva ai coloni del vico Castellano il privilegio di «poter fidare gli armenti nella Silva de Albero belli».

Né era quello, ancora, dicto …Silva de Arboris Belli, di cui si fa cenno in un Diploma del 15 aprile 1359, citato da Isidoro Chirulli, nella sua Istoria Cronologica della Franca Martina, con il quale lo stesso Roberto d’Angiò amplia il territorio assegnato alla cittadina di Martina Franca.
Certamente, però, quel paesaggio doveva essere molto simile a quello di quella Silvam Alborelli in Provincia nostra Bari, di cui si parla nel decreto del 1481 di re Ferrante d’Aragona, con il quale il re di Napoli investì Andrea Matteo Acquaviva dei feudi della Contea di Conversano per ricompensarlo dei danni che la sua casata aveva subito nel corso della guerra d’Otranto contro i Turchi e durante le precedenti «guerre d’Italia» che gli Acquaviva avevano combattuto accanto agli Aragona, facendo in tal modo acquisire alla casa degli Acquaviva anche la proprietà della selva di Alberobello, che di quei feudi faceva parte: nel diploma si parla di Andrea Matteo Acquaviva che è onorato del titolo di Duca d’Atri, e Teramo, Marchese di Bitonto, Conte di Conversano, e di San Floriano, e possessore di Turi, Noci, Casamassima, Castellana e la Selva di Alberobello, nella nostra Provincia di Bari.
In realtà i motivi per i quali la Selva di Alberobello divenisse possesso della casa degli Acquaviva d’Aragona non sono completamente chiari, né assolutamente certe sono le date di quell’evento.

A questo proposito, nella più antica ed attendibile fonte sulla storia di Alberobello, un documento inserito nella quinta parte del Manoscritto Cassano, si legge che «questa selva non si tiene cognizione, come sia pervenuta in dominio del signor conte di Conversano, poiché certamente stà situata in territorio di Monopoli, anzi era feudo della Menza vescovile di quella città, e ciò si raccoglie da un privilegio di Ferdinando d’Aragona de 7 gennajo 1464, dove apparisce, ch’essendo stato supplicato, che la terra di Cisternino si reintegrasse alla Chiesa monopolitana, e si reintegrasse con quella città, come era anticamente, e che per detta Chiesa si conservasse la Selva di Arborebello nella maniera, ch’erasi conservata prima, quando la sudetta città era in demanio, e che si fusse pure conservata la Selva di Buonofiglio per la Comenda di san Giovanni, fu rescritto: placet regiae maiestati prout in possesione fuerunt, et sunt. Tutto ciò pure si conferma dalli capitoli firmati tra le università di Monopoli, Martina, Cisternino, Castellana, Luogorotondo, e Fasano nell’anno …[in bianco]… quando comprorono dalla Regia Doana il demanio di detta città di Monopoli, reintegrato a beneficio della Regia Doana, fra i quali vi è il capo 18, et ultimo, in cui fu convenuto, che trattandosi di doversi ricuperare altro territorio occupato, si avesse dovuto fare a spese communi, e cossi si avesse dovuto praticare per la deroccazione de parchi, de quali ne pendeva lite, e signanter del Parco del Baglivo di Fasano, del barone di Luogorotondo, e di notar Pantaleo, e della Selva di Alberobello».

L’anonimo autore di questo testo, dunque, non dà notizie certe circa la data e le modalità dell’acquisizione della selva di Alberobello da parte della casa Acquaviva d’Aragona. Da esso si può desumere che nel 1464 il re Ferrante d’Aragona riconosceva alla mensa vescovile di Monopoli i diritti di proprietà sulla selva di Alberobello. Ed analogamente che ancora nel 1566, quando la regia corte vendeva il demanio della città di Monopoli, si faceva salvo il diritto di questa città di rivendicare la stessa selva di Alberobello.

Non è chiaro, dunque, quando i Conti di Conversano estesero i loro domini sulla selva di Alberobello, dato che almeno sino al 1566 Monopoli reclamava i propri diritti su quella zona. È anche possibile, del resto, che gli Acquaviva fossero stati investiti di quel feudo in una data anteriore al 1481.

Sembra, però, che sia proprio a partire da quella data e dunque con la signoria di Andrea Matteo, che essi iniziarono il continuo e silenzioso popolamento di quella zona. È quanto, infatti, sostiene Pietro Gioia, uno storico nocese, la cui opera resta ancora uno dei punti di riferimento più importanti per la ricostruzione del passato di Alberobello.

A suo avviso, dunque, è proprio sul volgere del secolo quindicesimo che i conti di Conversano cominciarono a condurre nella selva, per coltivarla, gente proveniente da Noci e da altri loro feudi, consentendo loro di erigere «grezzi casolari» o «caselle», ma senza darne la proprietà ed obbligando i coloni ad utilizzare una tecnica costruttiva a secco al fine di potere «a loro voglia ed arbitrio» espellerli dalla selva e diroccare le costruzioni.
In realtà, su questa primissima fase del popolamento della selva di Alberobello non si hanno notizie attendibili e certe, e quanto riportato da Gioia resta l’unica testimonianza al proposito. Essa è dunque da accogliere col beneficio d’inventario anche se è ipotizzabile che nel corso di tutto il cinquecento i Conti di Conversano cercassero di introdurre dei villici e di farli stanziare nella selva. Era, infatti, loro interesse utilizzare quei terreni boscosi più suscettibili alla trasformazione per coltivare cereali e quindi per poter ricavare la decima.

L’esigenza di sfruttare in maniera più proficua quel territorio boscoso, quindi, è da porsi all’origine del popolamento della selva di Alberobello voluto dagli Acquaviva. Azione di popolamento probabilmente iniziata agli inizi del cinquecento ma che diviene fatto storicamente certo solo un secolo dopo, a partire, cioè, dall’inizio del seicento, epoca in cui le fonti attestano con certezza la
costituzione nella selva di un abitato.

È del 1609, infatti, la notizia riportata da Gioia secondo cui in quella data l’arcivescovo nocese Gianfrancesco Simeone inviò in quella «villa», essendo stata lì eretta una cappella in onore dei SS. Cosma e Damiano, il sacerdote Pietro de Leo, perché vi svolgesse il ruolo di cappellano e di istruttore dei rudimenti della fede e, soprattutto, stabilì l’istituzione di un registro delle nascite ad Alberobello, dal momento che, sino ad allora, i nati nella selva venivano opportunamente annotati sui registri parrocchiali di Noci.

È quest’ultimo un dato estremamente importante. Esso, infatti, da un lato offre una conferma implicita del fatto che già prima del 1609 ad Alberobello doveva esservi un consistente nucleo abitativo e, dall’altro, dimostra come fosse interesse dei feudatari di Conversano fare in modo che quel gruppo di «caselle» non desse all’occhio dell’autorità regia con l’istituzione di documenti in qualche modo ufficiali.
Era, infatti, necessario che l’azione di popolamento della selva avvenisse in maniera silenziosa e «reversibile», poiché essa veniva attuata senza il regolare permesso regio, previsto dalla vigente prammatica 24 de baronibus, per la costituzione di nuovi abitati. Era, dunque, indispensabile per gli Acquaviva che la «villa» di Alberobello rimanesse ufficialmente segreta. Ed ignorare quella realtà non doveva essere molto difficile per i feudatari, dal momento che di Alberobello e dei suoi villici non vi erano, assolutamente tracce.

Scrive, infatti, Gioia: «E come la selva da principio si aggiunse al territorio di Noci, ch’era la terra più vicina dominata dal conte istesso, ancora i villici già mancanti di patria figurarono essere branco del popolo nostro, e a cominciar dal battesimo tutti in Noci compivano i sagramenti della fede; quivi ricevevano udienza di foro, quivi recavansi trapassati ad averne sepoltura. A dirla in breve era Noci la patria comune, Alberobello era villa di Noci, i suoi abitanti si numeravano con i nostri».

D’altro canto, proprio questa situazione di clandestinità costituiva il presupposto fondamentale per il popolamento della selva. Difatti, proprio perché Alberobello ufficialmente non esisteva, fu possibile, per i Conti di Conversano, sviluppare in quella zona un sistema di immunità e di franchigie, che favorì una vera e propria fuga di intere famiglie ad Alberobello dai centri vicini, ed in primo luogo da Noci e Martina Franca. Scrive, infatti, Gioia: «venne intanto crescendo il numero de’ villici sì per la facilità di tali costruzioni, sì pel rifugio che vi trovavano o i ricercati dal creditore o gl’inquisiti per delitti; e furono vari gli esempi che taluno sparito dalla patria per somiliati cagioni non lasciasse iscovrire il suo soggiorno, sol perché si ascondesse tra le foltezze di quella selva.

Crebbe finalmente per lo andare immuni da pesi e per le franchigie, che loro dava il barone, e per i civici usi, che si arrogavano in quella e in altre selve contigue dell’agro martinese, e propriamente di una dell’ordine di Malta e d’un’altra delle Benedettine di Conversano pigliate apposta in affitto dal loro conte e padrone».

Quanto riportato da Gioia, del resto, è confermato dall’anonimo autore del documento contenuto nella quinta parte del Manoscritto Cassano: «Questa Selva ha dato sempre gelosia alle terre convicine a causaché i conti di Conversano sotto colore di dare a coltura que’ terreni, vi ha introdotta molta gente, la maggior parte d’uomini fuggiaschi dalle loro terre o per debiti, o per delitti colla certezza di godere in quel luogo l’immunità, e per gli uni, e per gli altri, per la protezione che godono de conti di Conversano in pregiudizio della giustizia, e delle università convicine, d’onde sono detti uomini, che portano il peso di pagar per loro le funzioni fiscali, è si è ridotta l’abitazione a tal numero di gente, che presentemente farà da 250 fuochi, i quali abitano in certe rustiche caselle a guisa che si usa nelle massarie convicine». Dunque, debitori, fuggiaschi per problemi con la giustizia, intere famiglie attirate dalla possibilità dell’esenzione fiscale si riversarono nella selva di Alberobello, dove potevano trovare rifugio e protezione.

Era inevitabile, però, che il peso delle imposte, da cui quella gente fuggiva, soprattutto il peso della tassa del focatico prefissata dal vicerè, ricadesse su quanti restavano nelle proprie sedi, ingenerando un disagio generale e fissando un pericoloso motivo di contrasto soprattutto fra il Duca di Martina ed i Conti di Conversano.

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