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liberazione_regime_feudaleIl documento prima menzionato indirettamante conferma, dunque, cheAlberobello continuò la sua vita «virtuale» anche dopo la morte di Giangirolamo.
In realtà su questa fase storica non si hanno notizie certe. Sembra comunque che successori del Guercio annullassero tutte le concessioni e tutti i privilegi dati in precedenza per favorire lo stanziamento di coloni nella Selva, imponendo, invece, una lunga serie di soprusi. Scrive infatti Lippolis: « [essi instaurarono] una infinità di jura e di diritti proibitivi, quali: la proibizione di vendere liberamente le proprie derrate, essendo i coloni tenuti a lasciarle al feudatario al prezzo che gli piaceva, salvo a lui di rivenderle a prezzo maggiore; il divieto di esercitare certe industrie, di negoziare, di macinare il grano e cuocere il pane fuori della bottega, dei molini e dei forni del signore, l’uso dei quali portava naturalmente l’obbligo di pagare una tassa; ed anche lo abominevole jus primae noctis, benchè tale prestazione non fosse in realtà –come hanno dimostrato giuristi e sociologi- lesiva dell’onore, in quanto consisteva in una qualsiasi tassa matrimoniale (jus cunnatici), che spesse volte, purtroppo, veniva corrisposta in natura, per impossidenza dei vassalli o per prepotenza del feudatario».

Al di là della drammatizzazione di Lippolis, è possibile ipotizzare che la stessa situazione di clandestinità di Alberobello, come aveva potuto garantire determinate condizioni favorevoli (immunità e franchigie) così doveva riservare ai coloni tutta una serie di svantaggi, che derivavano dalla loro condizione di «invisibilità» civile: il dipendere dall’arbitrio dei feudatari; la mancanza di sicurezza personale; l’essere privi di sicurezza giuridica; il dover subire l’imposizione della decima, della vigesima e di altri balzelli di tipo feudale; l’obbligo di alcune prestazioni agricole e la precarietà del possesso dei beni immobili.

In ogni caso appare certo che in questo periodo Alberobello conobbe un ulteriore consistente sviluppo. Nella relazione redatta dal Vescovo di Conversano in occasione della visita «ad limina» del 1705 si forniscono ragguagli interessanti in questo senso. In essa, infatti, il Vescovo di Conversano, Mons. Filippo Meda scrive: «sotto la predetta terra di Noci, da cui dipende sia spiritualmente che amministrativamente e dalla quale dista sei miglia, si trova l’unica località rurale chiamata Alberobello, formata da un numero non piccolo di abitanti, all’incirca 1500, di cui oltre 900 hanno ricevuto la comunione; mancano tuttavia di case proprie; per l’amministrazione dei sacramenti sono assistiti da un cappellano o vicario amovibile, eccetto che nel periodo pasquale in cui si recano alla chiesa parrocchiale di Noci per ricevere il Battesimo e l’Eucarestia. Vi sono due sacerdoti con altrettanti chierici, e una chiesa intitolata ai santi Cosma e Damiano, abbastanza capiente e bella».
Dunque a pochi decenni dalla fine del feudalesimo Alberobello costituiva già una solida realtà ed era sicuramente aperta e sensibile agli influssi che la politica esercitata nel Regno delle Due Sicilie da Carlo di Borbone prima e da Tanucci dopo, doveva esercitare.

Scrive infatti Gioia: «se non che le aure di civile risorgimento, che in questo regno diffuse l’immortal Carlo III, penetrarono pur anco in fondo a quella selva, e più che altrove mossero gli animi a liberali desideri.
E ne fu il primo segno il vederne uscir giovinetti a seminari ed alle scuole, e il tornarne decorati di sacerdozio o addottorati. D’allora al divieto persistente delle fabbriche a calce supplì l’alacre ingegno degli abitanti ad abbellire le parti interne delle caselle e a ripartirle in maniera che sotto rustico pietrame stupisse il forestiero in trovarvi agiatezza e decenza. Né più dal nostro clero occorse di spedirvi il cappellano avendo già la villa i propri preti. E s’ingrandì la chiesa a un popolo superante di duecento li tre mila, e più affollata e lieta adivenne la festa de’ santi tutelari.

Queste ed altre cose scorgeansi di felice avanzamento». Sulla base di quanto qui riportato, è quindi possibile immaginare che anche ad Alberobello, come avveniva o stava per avvenire nei comuni vicini, si fosse formata una classe egemone od emergente consapevole del proprio ruolo e che doveva vedere nel potere ducale l’ostacolo principale alla propria definitiva affermazione; e quindi è altrettanto ipotizzabile che proprio all’interno di questa classe –o di una parte di essa- sia maturata la consapevolezza della necessità della «liberazione» di Alberobello dal giogo feudale. La tradizione, in realtà, indica, generalizzando e romanticizzando, nel malcontento generale di «tutta» la popolazione di Alberobello, costretta a dover subire le angherie dei Conti di Conversano, il motivo principale della volontà di liberarsi definitivamente dello stato di servaggio.

Scrive, infatti, Notarnicola: «I selvesi erano stanchi dei loro feudatari, stanchi del regime fondato sull’arbitrio e sull’oppressione. Sacerdoti, professionisti ed intelligenti artigiani erano sorti fra loro; essi avevano raggiunto la maturità per l’indipendenza civile e civica godute dalle popolazioni dei paesi circonvicini: pertanto non volevano essere più una dipendenza ecclesiastica di Noci, né continuare a vivere senza leggi e senza giustizia, volevano conquistarsi l’autonomia comunale. Essi non tolleravano più l’imposizione delle abitazioni a trullo, non perché non le amassero, ma perché i feudatari le avevano rese un segno di dispotismo –un marchio di avvilente vassallaggio. Essi, di certo, avrebbero continuato a costruirle, ma spontaneamente, liberamente e, occorrendo, con malta.

Non disdegnavano, né rinnegavano i trulli che, nati col libero e forte uomo primitivo, erano per essi – abitatori della libera selva- un innato bisogno; non li ripudiavano, poiché Alberobellesi e trulli sono entità connaturate come sole e luce. Essi, inoltre, volevano essere i proprietari incondizionati sia delle case che delle terre loro affidate, e non averne il possesso precario, ad libitum domini.Massimamente volevano sottrarsi agli innumerevoli diritti ed arbitri esercitati dai Conti: sacra doveva essere la libertà dei sudditi e sacra quella della proprietà; gli jus feudali non erano più compatibili con i “diritti dell’uomo”. Come se le prerogative baronali godute non bastasserro, un nuovo abuso si era arrogato il conte di questo tempo, Giuliantonio V: un jus ad personam, il diritto, cioè, di scelta sulle contadine raccoglitrici di olive e sui contadini scalatori, da mandare a lavorare, per vile mercede, nei suoi uliveti di Montalbano, in quuel di Fasano. Nuova angaria che considerava i selvesi come armenti, senza una volontà propria, adottata per ripicco avverso il Cav. Cataldo Galeota di Taranto, il quale aveva similmente bisogno di raccoglitrici e scalatori per le sue grandi tenute, ed era solitoservirsi degli Alberobellesi, retibuendoli convenientemente, perché abili, scelti e puliti nel lavoro.

Giuliantonio, mal sopportando ciò, per fare dispetto al cavaliere e, più che altro, per affermare il diritto di priorità sui suoi sudditi, e la superiorità di rango nobiliare sul Galeota (non portava egli i titoli di Duca d’Atri, Nardò, Noci; Conte di Conversano, Castellana; Duca di Casalaspro e Pietragalla?), e si era arrogato il diritto di prima scelta sui lavoranti. Che il Cavaliere si servisse dei restanti! E questi lo aveva bonariemente pregato di revocare la nuova imposizione in considerazione della loro amicizia, ma il Conte non glia aveva dato ascolto».

Una tale spiegazione, però, presupporrebbe l’esistenza in quel periodo di una forte coesione sociale fra i gruppi allora operanti ad Alberobello, basata su di una comunione ideologica anticomitale. Come, invece, ha spiegato Guarella: «i fermenti anticomitali, anche qualora fossero stati, unitamente all’eventuale adesione ai principi giacobini e massonici, alla base dell’iniziativa assunta dai sette liberatori della Selva nel 1797, sarebbero durati solo lo spazio di un mattino.

Un dato è significativo e può svolgere la funzione di “spia” di tutta una situazione: Alberobello, cioè, nel 1799, contrariamente al modo di comportasri delle altre Università di Terra di Bari, eleva in ritardo l’albero della libertà e lo mantiene innalzato solo per tredici giorni, spiantandolo in questo tempo per ben due volte. Ciò, ovviamente, può avere almeno un significato: si può affermare che in Alberobello il movimento rivoluzionario e giacobino (e, più in generale, massonico) non ha profonde radici. Più verosimilmente, la storia di Alberobello sembra porsi come una storia di scontri tra rappresentanti di una stessa classe (quella egemone o emergente)»; come si scriveva, cioè, in Alberobello, avviene puntualmente ciò che avviene a Martina Franca, dove si affrontano con ferocia difensori dei diritti dell’Università e partigiani del potere ducale e, in anni successivi, pipistrelli e crumiri o a Noci, dove intorno al 1799 i sostenitori di Palazzi (un borghese) si sforzano, ricorrendo alla violenza, di escludere dalla gestione della cosa pubblica altri rappresentanti della borghesia, o a Locorotondo, dove (sia pure in un tempo più tardo; ma gli antecedenti vanno ricercati negli anni immediatamente successivi al 1860) si verificano lotte a coltello tra senussi e beduini.

Dunque è all’interno di questa forte dialettica sociale e politica che dovrebbero essere ricercate le reali motivazioni, che indussero, nel maggio del 1797, una parte della società alberobellese ad attivare quelle misure che potevano garantire l’affrancamento del paese dal dominio feudale, e, di conseguenza, assicurare il futuro controllo politico di Alberobello. Scrive al proposito Lippolis, che, non a caso, descrivendo questi fatti, fa riferimento ai «maggiorenti della Selva» (sacerdoti, professionisti e persone colte): «Il dottor Sancio, nativo forse di Monopoli, d’intesa certamente con i maggiorenti della Selva, nell’aprile 1797, presentò ricorso alla Regia Camera per denunziare la situazione abnorme della popolazione di Alberobello, nuovo feudo sorto clandestinamente e distaccato di fatto, se non di diritto, dalla Terra di Noci, senza il regio beneplacito e in violazione della Prammatica 24 de Baronibus, che vietava il sorgere di nuove università senza la sanzione sovrana ed il consenso della Regia Camera della Sommaria, Tribunale addetto a stabilire la vigesima feudale, la decima sui fuochi per contributo all’università ed il tributo fiscale della Corona».

È probabile che nel suo ricorso Sancio sottolineasse anche la situazione di estrema difficoltà in cui dovevano vivere in quel periodo gli abitanti della selva, che, proprio in virtù della loro invisibilità civile, non dovevano godere di alcuna protezione dai poteri feudali da parte del govero dell’università o dell’autorità regia, giungendo a non aver garantita neanche la propria esistenza e l’inviolabilità delle proprie abitazioni.

Questa situazione è abilmente ritratta da Gioia, che descrivendo lo stato di soggezione assoluta degli alberobellesi al potere feudale, così scrive: «quel potere ad arbitrio in ogni tempo toglier loro la casa e l’orticello, o diruparli, quell’espellerli dal luogo dei propri stentie sudori e talvolta dei sudori de’ padri e degli avi, quell’addossar loro per forza le nevi a tempo di ricolta, quel menare a Montalbano le donne per le olive a minimo stipendio ed anche per il solo nutrimento, erano avanzi miserabili di vietata servitù. E senza dire de’ diritti proibitivi di molino, forno, macello, bottega lorda e taverna non concessi dal re, era pur grave che i conti facessero arbitrali li terraggi e le fide.

A mo’ di esempio, bastava il possedere un giumento od un bue, perché per la sola presunzione che si nutricassero della selva, s’imponesse ad ogni bestia un ducato di fida ed altrettanto ad un porco da grassa nel solo inverno, e tre carlini per la state, ancorchè né dell’erbe il padrone abbisognasse, né dell’esca del conte. Ma d’ogni altra miseria la più grave era quella di non avere sul luogo alcuna civile potestà; perciocchè a gente povera ed oppressa facile non essendo il portare ogni istanza al foro di Noci
ne avveniva in conseguenza che le cose di un popolo cresciuto già a più migliaja si dovessero governare colla mano del forte. E colà eran forti coloro che del maneggiare essi soli gli archibugi e coltella addimandavansi armigeri o guardiani del conte […] I quali eran essi gli arbitri delle liti essi punivano i delitti, essi imponevano le ammende.».

Il controricorso immediato del conte Giuliantonio IV fu affidato al avv. Deperuta: egli ai primi di aprile, pochi giorni dopo l’azione di Sancio, fece pervenire alla regia Camera un documento in cui sosteneva le ragioni degli Aquaviva. In esso, dunque, l’avvocato del Conte tendeva a dimostrare come Alberobello non potesse essere considerato –come doveva invece sostenere Sancio- un nuovo feudo, dal momento che non aveva mai avuto un particolare governatore, né un parroco, e come esso doveva semplicemente considerarsi una località dipendente da Noci. L’azione di Sancio ed il controricorso di Deperuta non dovettero rimanere inascoltati. In seguito a queste discordanti denuncie, infatti, Ferdinando IV ordinò che fosse disposto un sopralluogo ad Alberobello, per il quale furono incaricati proprio Sancio e Deperuta, i quali, l’11 maggio accompagnarono in quella località il Marchese Nicola Vivenzio allora curatore del Patrimonio Reale, Presidente del Tribunale dell’ Ammiragliato, del Commercio e della Real Camera della Sommaria.

Prima di questo evento, che fu senza dubbio decisivo per il futuro di Alberobello, la tradizione colloca un incontro di Ferdinando IV con alcuni personaggi di Alberobello, da allora chiamati i «sette liberatori»9, al quale viene dato un valore fondamentale nel processo di liberazione della Selva. In verità molto ci sarebbe da discuture su questo evento: finanche della sua attendibilità10. Sembra, comunque, che in occasione del viaggio del Re di Napoli in Puglia, avvenuto fra il tredici aprile ed il 23 giugno 1797 (per «godere delle delizie di Taranto, quale ospite dell’Arivescovo napoletano Giuseppe Capecelatro, ma specialmente per prendere contatto con i suoi sudditi più lontani e rinsaldarne la fedeltà, in tempi in cui dalla Francia giacobina si diffondevano i principi rivoluzionari dei diritti dell’uomo, che facevano tremare i troni delle monarchie dispotiche») i «sette» decisero di sfruttare favorevolmente questa occasione per presentare direttamente al Re una supplica per l’affrancazione della loro terra dal dispotismo feudale. Essi prepararono la loro azione nei minimi dettagli.

Scrive infatti Lippolis: «anzitutto bisognava mantenere il più assoluto segreto sulle loro decisioni, per eludere l’oculata vigilanza degli scherani del Conte, onde evitare contromanovre e rappresaglie da parte del feudatario, che trovavasi allora a Napoli. In secondo luogo, occorreva che la loro azione fosse appoggiata e sostenuta da qualche influente persona di Taranto, vicina all’Arcivescovo Capecelatro, il quale godeva l’amicizia e la fiducia del Re ed era la persona più qualificata per indurre il Re a prendere in considerazione le sorti di una popolazione indifesa». In questo ruolo di mediazione fu individuato il Cavalier Cataldo Galeota di Taranto, che doveva avere dei particolari motivi personali di ripicca nei confronti del Conte Giuliantonio IV. Scrive, infatti, ancora Lippolis: «il Cav. Galeota era possessore di vasti oliveti nella Masseria La Fenice, nei pressi di Taranto, e per la raccolta delle olive si avvaleva volentieri della mano d’opera delle contadine della Selva, che retribuiva con giusta mercede. Il Conte Giuliantonio IV, come i suoi predecessori, per la raccolta delle olive, nei suoi uliveti di Montalbano, pretendeva un diritto di prelazione nella scelta delle contadine della Selva, che menava d’arbitrio a Montalbano a lavorare con vile mercede e col solo sostentamento». Si comprende come tale abuso del conte verso la popolazione della Selva doveva costituire anche una sopraffazione nei confronti del Cav. Galeota, che, di conseguenza, prese a cuore le sorti dei villici della Selva, intercedendo per loro presso l’Arcivescovo Capecelatro.

Garantitosi quindi l’appoggio di Galeota e di Capecelatro, i «sette» dovettero passare immediatamente ai fatti, realizzando lo storico incontro, che sembra avvenisse a Taranto il venti aprile 1797. Così Gioia descrive quell’avvenimento: «in un dì che dalla villetta a mare dell’arcivescovo Capecelatro ritornava in città, [Ferdinando] si compiacque del profondo inchinarsegli di sette supplicanti, e volle sulla via, fermato il cocchio, udirne la voce.

Erano essi i deputati del villaggio, quattro in abito clericale, due dottori in medicina e un capo d’arte, i quali con viso di giulive speranze ebbero un bel modo di levare al re patetiche note e chieder grazie per tremila e dugento suoi sudditi che dissero rapiti al regio affetto, sepolti entro cupa foresta, schiavi de’ poteri di un conte, viventi senza giudice, senza leggi, senza reggimento. E ne fu mossa la clemenza del monarca, cui premendo da una parte tener saldi i suoi regi diritti e dall’altra sollevare le sorti de’ soggetti, congedò, preso il foglio di memoria, gli oratori pieno l’animo di benefici divisameti».

Al di là, dunque, dalla veridicità di questo episodio, tutta da dimostrare (fra l’altro, nel diario del sovrano, che annota dettagliatamente le vicende reali dal 12 maggio 1796 al 31 dicembre 1799, e dunque anche gli avvenimenti relativi al viaggio di Ferdinando in Puglia, non vi è alcun cenno a questo episodio), è però certo che fu proprio durante il suo soggiorno a Taranto, precisamente il 21 aprile, che Ferdinando IV, sulla base delle sollecitazioni provenienti dal riscorso di Sancio e dal controricorso di Deperuta, come scritto, incaricò Nicola Vivenzio di recarsi ad Alberobello per esaminare de visu la situazione del posto. Il risultato del sopralluogo fu favorevole.

D’altra parte ad assicurare il buon esito dell’ispezione dovette contribuire anche l’amicizia di Vivenzio con il dott. Martino Lippolis, uno di quei «maggiorenti» citati da Lippolis ed impegnato in prima persona nel processo di liberazione di Alberobello. Scrive infatti Notarnicola: «dato che il Vivenzio era amico del capo postulante Dott. Martino Lippolis, sin da quando questi era stato studente in Napoli, si fece compiacentemente risultare che il numero degli abitanti fosse 3200 (poco più, cioè, di qunti ne occorressero per il riconoscimento dei comuni, in base alle Disposizioni Statali del 1669) e quello dei “fuochi” in numero proporzionato». In seguito al sopralluogo gli avvenimenti subirono una notevole accelerazione.

Scrive infatti Gioia: «e il commettere un tale negozio all’insigne marchese Vivenzio, fiscale allora della Regia Camera, e il venir di costui sovra luogo coi signori Sancio e Deperuta, e l’accogliere le ragioni delle due parti, e l’accordarle sulla storia controvertita de’ fatti, e il proporre al re gli espedienti ad emettersi, e il proclamarsi i bandi delle connesse grazie reali furon l’opra di meno di due mesi». Dopo l’ispezione, infatti, Vivenzio presentò un’ampia, circostanziata e favorevole relazione, in conseguenza della quale, il 23 maggio 1797, sentiti gli ordini del Re, il Primo Ministro Acton, insieme allo stesso Vivenzio, inviò al Conte di Conversano una nota in cui comunicavano la decisione del Re di erigere Alberobello come «città regia». Nello stesso giorno, inoltre, in maniera complementare, Acton indirizzò al Vescovo di Conversano un ulteriore documento, in cui si sottolineava la necesità di erigere ad Alberobello una parrocchia e di provvedere a scegliere un parroco.

A conclusione di questo iter burocratico si pone il dispaccio reale del 27 maggio 1797, che il Segretario di Stato Saverio Simonetti notificò il 31 maggio al Presidente del Tribunale di Bari, alla cui giurisdizione apparteneva Alberobello: con esso ufficialmente Alberobello diveniva città regia e quindi passava a godere di tutte le prerogative derivanti dalla sua nuova collocazione. Scrive al proposito Notarnicola: «ora non più vassalli erano questi, ma uomini liberi, sotto la giurisdizione del Re, che sarebbe stato rappresentato da un Regio Governatore, il quale avrebbe esercitato la giustizia in nome del Sovrano; non più sudditi feudali, ma cittadini costituiti in comune, da essere amministrato da rappresentanti eletti da loro stessi; non più soggetti alla Chiesa di Noci, ma ad una Parrocchia propria, subordinata al Vescovo di Conversano; non più l’obbligo alle contadine di andare a raccogliere le olive delle tenute del conte; non più costrizione di servirsi della locanda, del molino, del forno, della pizzicheria e della macelleria di costui, pagando tariffe proibitive; non più imposizione di sottostare a tante altre “indoverose prestazioni e tributi pretesi da Barone”». In realtà gli alberobellesi conobbero ufficialmente il contenuto del dispaccio reale solo il 16 giugno, data in cui esso, per il tramite dell’Ufficio della Regia Corte di Monopoli, arrivò ad Alberobello. Scrive Contento: «è venerdì 16 giugno e viene consegnato al “serviente” Domenico Matarrese.

Questi con soddisfazione e solennità lo affigge all’albero dell’olmo nella piazza pubblica alla presenza di due testimoni; sono i massari Giandomenico Trivisano e Matteo Matarrese. Verbalizza l’avvenimento Vincenzo Natale Campanella, chiamato per l’occasione e indeciso sulle consonanti da usare per i cognomi». Secondo quanto previsto dal dispaccio reale, quindi, il 22 giugno del 1797 si procedette all’elezione del primo sindaco di Alberobello, che risultò essere Francesco Lippolis, padre del noto dott. Martino.

Nello stesso periodo Francesco D’Amore decise di costruire la sua casa, non lontana dal palazzo del Conte, in cotto e non più a secco, quasi a simboleggiare l’acquisita libertà.

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