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Il GuercioQuesta situazione di conflittualità raggiunse il suo limite parossistico con l’investitura, nel feudo di Conversano, di Giangirolamo II, nel 1626. Con lui, infatti, il processo di popolamento della selva di Alberobello tocca i suoi tetti più alti.

Scrive, al proposito Gioia: «venne quindi Giangirolamo il Guercio di Puglia, il quale per l’altezza de’ suoi concetti più dei conti predecessori le apportò richiamo di coloni ed incremento di caselle. Primariamente eresse per i suoi diporti una spaziosa casina, poi forno, molino, beccheria, bottega lorda pe’ villici, indi una taverna per l’alloggio de’ viandanti, sulla cui porta fu scritta questa legenda, che appare tuttavia: Joan. Hyeronimi Aquaviva ab Aragonia VIII Com. Cupersan: A.D. 1635».

Quanto riportato da Gioia è successivamente attestato anche da Morea: «al tempo che Gian Girolamo II successe nella contea di Conversano nella nostra selva c’eran, sì, dei villici in numero forse, di quaranta famiglie; ma erano sparsi qua e colà per la boscaglia, nelle vallette per lo più dov’era alcun pezzetto di terra da coltivare per frumento.

Or questo centro pose Gian Girolamo, allorchè sull’estremo della collina che guarda a mezzogiorno, nella valle sottoposta dov’era il grande abbeveratoio de suoi armenti (abbasso la foggia) divisò di edificare, e edificò di fatto, insieme con una casa di abitazione per sé e per i suoi, quando ci dovesse venire per diporto, un forno anche, un mulino, una beccheria, una pizzicagnoleria pe’ suoi villici.

Provvide anche all’alloggio a qualche disgraziato viandante che potrebbe attraversare al selva e rimanervi la notte, e fece una taverna su cui pose la scritta che è conservata oggi ancora in una delle stanze della casa de’ Conti». Gian Girolamo II, dunque, accelerarò il «silenzioso» processo di popolamento della selva, innanzitutto, realizzando una serie di strutture (locanda, pizzicheria, macelleria, mulino, forno, tutte, dunque, allocate nel suo palazzo, fatto costruire nella selva come ricovero di caccia), che dovettero sicuramente favorire lo stanziamento di coloni in essa, ma, soprattutto, continuando a garantire per questi ultimi la serie di immunità e di franchigie, già istituita dai suoi predecessori e contemporaneamente avallandone delle nuove. Scrive al proposito Notarnicola: «in quell’epoca di vigesime, taglie, gabelle, dazi, imposte, angarìe, perangarìe e tributi di ogni genere, soltanto i baroni potevano gestire le avanti dette pubbliche provvidenze, costringendo i vassalli a servirsene a prezzi esosi.

Ma che Giangirolamo fosse strozzino nell’elargirle, non è da ammettersi, dato che, per attirarsi nuovi coloni, concedeva privilegi, esenzioni, immunità. A lui premeva, più che l’imporre balzelli, la coltivazione di quelle terre riserbate ai suoi godimenti agresti e venatori; ed anzi, nell’intento di assicurare ai coloni più larghe possibilità di vita, aveva preso in affitto perpetuo le due confinanti selve: Badessa (dal monastero di S. Benedetto in Conversano) e San Leonardo (dai Cavalieri di Malta) e cedutone graziosamente gli usi civici ai Selvesi, suoi vassalli prediletti.

Tali usi civici consistevano nel permesso di legnare, pascere, ghiandare, abbeverare, arare, seminare, scavare pozzi o materiali edilizi, ecc.». Al particolare regime di immunità e di privilegio fiscale di cui continuavano a godere gli abitanti della selva, quindi, Gian Girolamo II, aggiunse la concessione degli usi civici sui possedimenti di San Leonardo e della Badessa (che in realtà erano tenuti in affitto dagli Acquaviva già da un periodo precedente la signoria di Gian Girolamo II), che cadevano nel territorio dei Caracciolo. Le misure adottate dal feudatario dovettero dare buoni frutti.

Nel 1663, infatti, a pochi anni dalla sua morte in occasione della «Santa Visita» del Vescovo di Conversano, Mons. Giuseppe Palermo a Noci, il cappellano incaricato per Alberobello, Don Francesco Gigante, inviò allo stesso Vescovo una relazione che fa luce sulle condizioni dell’abitato in quel periodo. In particolare afferma di celebrare la messa ogni giorno, di amministrare i sacramenti (confessione, battesimo, matrimonio ed estrema unzione) e che le sepolture avvengono dentro la chiesa sulla base di una tariffa che varia da cinque a dieci carlini, secondo le possibilità delle famiglie; ma soprattutto sostiene di non poter far visita a tutte le famiglie lì presenti, perché le case sono molto distanti nel territorio.

Dunque, questo documento conferma come la spregiudicata politica condotta da Gian Girolamo II, abbia determonato un sicuro rialzo nella azione di popolamento della selva. Ciò, però, fu causa di un’ ulteriore accentuazione dello stato di tensione già esistente tra i Conti di Conversano e le Università vicine, in particolare Martina. Una prima attestazione in questo senso, infatti, è fornita ancora dal testo anonimo del Manoscritto Cassano.

In esso l’autore, riferendosi proprio agli anni della signoria di Gian Girolamo, scrive: «questa selva benche da Conti di Conversano venga chiamata massaria, e l’uomini, che ivi abitano, vogliono, che siano coloni; ad ogni modo le circostanze, che accompagnano il fatto può dirsi più tosto, non solamente casale, ma una buona terra per lo numero di fuochi, ed anime, e per le funzioni, che ivi si fanno, e benche non vi siano fabriche di case, ma solo caselle a muro secco; non perciò può ritenere il nome di masseria, perche le terre non le costituiscono li muri; ma la congregazione degl’uomini, e la percezione de sagramenti, e benche non vi sia nella chiesa, ch’è in quel luogo, la fonte battesimale, portandosi a battezzare i figlioli, che nascono, o nella chiesa delle Noci, o in quella di Locorotondo; tutti gli altri sagramenti però si dispenzano in quella chiesa colla permissione del vescovo di Conversano, che pretende, o li vien fatto pretendere, che quel suburgo sia soggetto alle Noci, senza che mai da vescovi di Monopoli, di cui dovrebbe essere la giurisdizione spirituale se ne fosse intentata menoma pretenzione, forse per non contrastare colla potenza della parte.

Ne questa Selva si tiene per massaria per cui coltivare, basterebbero quattro, o cinque coloni, e tanto è ciò vero, che per dar’aggio a quella gente d’industrarsi, e vivere àn tenuto j conti di Conversano, e tengono da tempo memorabile in affitto perpetuo dalla sacra religione di Malta la comenda di Buonfiglio attaccata a detta Selva esistente nel territorio di Martina, compreso nella compra, che fè dalla Regia Corte colle altre università di sopra enunciate nel 1566, il qual territorio di Buonfiglio si trova descritto nel gabreo della sacra sudetta religione di Malta per inventario fattone nel 1687 per quattro miglia di circuito con due parchi chiusi, e con due foggie d’acqua, e similmente àn tenuto, e tengono in affitto il territorio della badia di san Benedetto delle donne monache di Conversano per li quali territori sono sortiti e sortiscono continuamente disturbi, ed inconvenienti fra quella gente, e l’università di Martina, che à sopra quel territorio il jus baiulationis, poiche quella gente avezza a non stare a ragione per la protezion, pure che godono de loro padroni, commettono spesso eccessi nel taglio degl’albori fruttiferi, che non ponno farlo, se non con dover lasciare nella dovuta distanza di dieci passi, quando si coltiva il terreno in virtù anche della capitulazione sono stati quegli uomini o carcerati o depignati, e lo stesso è sortito quando hanno voluto immettere animali indomiti al pascolo, ed essendosi tutto ciò avuto a male da conti di Conversano, ne sono sortite spesso rappresaglie, con la pretenzione, che quella gente potesse godere di quel pascolo, sotto il colore, che sian cittadini di Castellana, per aver ivi comprata fraudolentemente una picciola casa, o un picciolo pezzo di territorio.

Tutto ciò però nonostante, sempre l’università di Martina si è mantenuta nel possesso del suo diritto, o de fatto o con atti giudiziali». Qui, quindi, si conferma lo stato di pericolosa conflittualità sorto tra il duca di Martina ed «i selvesi» in seguito alla concessione, fatta a questi ultimi da Gian Girolamo II, degli usi civici sui due territori di San Leonardo e della Badessa, che di fatto erano nel territorio di Martina e quindi soggetti alla signoria dei Caracciolo, e che diede vita a scontri giudiziari (quando non fisici) fra le due popolazioni, conclusi in alcuni casi con carcerazioni o «depignamenti».

Una seconda conferma della condizione di forte contrasto esistente tra Martina e il Conte di Conversano e, questa volta derivante dallo stato di esenzione fiscale di cui godevano gli abitanti della selva è data da un documento, intitolato Differenze di Alberobello con Martina, risalente al 1659: «[…] nelli confini di detti territori vi sono due possedimenti detti lo Monte del Sale e San Leonardo, dove pretendono le genti di Martina di poter introdurre i loro animali a pascolare e quelli di Conversano li prohibiscono con guardare sin di là di detti possedimenti sessanta passi entro il territorio di Martina, donde li Martinesi si chiamano doppiamente pregiudicati e ne succedono in dies rumori. 2.

Perchè nella detta selva d’Alberobello sei migli distante da’ Martina si vedono erette una gran quantità di casine che servono per rifuggiarsi i forastieri fuggitivi, et inquisiti et in particolare gente di Martina e Lucorotondo dove vengono protetti e guardati a segno che vi si trova gran radunanza e senza che le Università che portano il peso di quella gente possano esigerne li pagamenti fiscali, né il Duca le trigesime ed altri emolumenti a lui spettanti da’ tali suoi vassalli, lì quali non fanno altro che depredare per quei contorni per la sicurezza della […] rata. Al primo capo potrebbe con facilità rimediarsi con vedere la differenza, dare l’osservanza all’antico solito, et ordinare anco per il mezo un pariéte che divida li confini per futura quiete. Al 2. con ordinarsi il diroccamento di quella radunanza di casine che son causa del ricetto e spedir ordini rigorosi acciò non si possano dall’una al’altra parte ricectar vassalli dell’uno e dell’altro e così sarebbero levati tutti gli incentivi che ponno causare gli disturbi, come li causano alla giornata». In questo documento, dunque, il Duca di Martina lamenta proprio il fatto che l’onere fiscale dei cittadini che da Martina e Locorotondo erano fuggiti ad Alberobello, ricadesse completamente sugli abitanti di quelle cittadine e propone come soluzione il «diroccamento» di quell’insediamento.

L’aumento della conflittualità fra gli Acquaviva ed i Caracciolo spinse il duca di Martina Francesco I, dopo una serie di denunce ed atti, ad intraprendere un’azione che potesse chiudere definitivamente la vicenda. Egli, infatti, insieme agli altri baroni, denunciò al vicerè, il duca di Medina-Torre, il conte di Conversano, accusandolo di aver eretto senza il regio beneplacito, come invece era previsto dalla già menzionata prammatica de Baronibus, gli abitati di Alberobello e di Montalbano. La reazione della Regia Camera fu immediata.

Scrive al proposito l’anonimo del Cassano: «nell’anno 1654 forse precedette qualche denunza si spedirono ordini dalla Regia Camera, che il conte di Conversano fra lo termine di giorni venti avesse dovuto dimostrare con qual licenza, e ordine avesse fatto eriggere i casali nominati Alborebello, e Montalbano, e se le genti, che in quell’erano andati ad abitare, erano regnicoli, o forestieri, e se regnicoli, s'erano originarii d’altre terre, fuochi, e sottofuochi, e se forastieri di qual nazione fossero stati, ed in qual tempo erano andati ad abitarvi, e se a loro, o altri regnicoli abitanti in essi casali si fusse conceduta alcuna immunità, e se i sudetti fuochi erano numerati, e avevano pagati li pagamenti fiscali, e altre imposizioni, che fra lo stesso termine fosse comparuto a dir la causa per cui non era incorso nelle pene contenute nelle regie prammatiche per la nuova costruzione di detti paesi, e tutto ciò fu ordinato precedente relazione del percettore di Bari, a cui era stata commessa l’informazione». Il tribunale regio, quindi, a seguito della denunce, chiamò lo stesso Gian Girolamo II a rispondere di fronte al vicerè delle accuse mossegli e deliberò di inviare un commissario fiscale che facesse luce sulla reale situazione dei due casali oggetto dell’imputazione. Il processo si concluse coll’assoluzione di Gian Girolamo II. Sembra, infatti, come scrive Gioia, che, per quanto riguarda il casale di Alberobello: «Giangirolamo nel corso degli informi sapendo dover accedere alla selva il percettore di Bari, fece incontanente ruinare la più parte delle caselle e disparirne gli abitanti». Ad avviso dello storico nocese, quindi, Gian Girolamo, avvertito dell’imminente ispezione regia, avrebbe fatto abbattere le «caselle» costruite a secco nella selva, facendo così, di fatto, venire meno lo stesso oggetto della denuncia.

Quanto riportato dal Gioia, d’altra parte, è confermato anche dall’anonimo del Cassano che così scrive: «questi atti però, che all’ora si fecero non si trovano in Regia Camera per la potenza forte della parte, e in altre simile concenture hanno j conti di Conversano usate un industria di aver fatto smantellare parte di dette caselle, e fatti ritirar quella gente parte nelle Noci, parte in Castellana, e parte nelle masserie situate ne i territorj sudetti nella comenda, e abbadia». L’anonimo autore del testo, quindi, non solo conferma
quanto riportato da Gioia, ma dilata temporalmente la tecnica operata dagli Acquaviva in questa occasione: sembra, infatti, che anche in altre circostanze, nell’evenienza di ispezioni regie, i Conti di Conversano siano ricorsi al «diroccamento» dei «trulli» per sfuggire ad eventuali condanne e a questo fine abbiano imposto ai «selvesi» l’obbligo di non modificare la tecnica costruttiva «a secco» propria delle «caselle».

E che ciò possa essere corrispondente alla realtà è attestato da un ulteriore documento, reperibile nell’Archivio di Stato di Bari, e relativo ad un atto pubblico che riguarda una riunione tenuta nella casa del pubblico magistrato di Alberobello, alla presenza di due avvocati rappresentanti della Regia Camera: davanti ad essi compaiono il «serviente provisionato» del conte di Conversano e alcuni testimoni che portano le prove degli abusi esercitati dal conte sulla popolazione obbligata a conservare l’aspetto esterno originario dell’abitazione a trullo, e a non apportare modifiche di nessun genere, pena la demolizione delle aggiunte. Si tratta, quindi, di un atto, estremamente importante per la storia di Alberobello e per la storia dell’abitazione in pietra a secco, poiché conferma l’idea che la conservazione della struttura a trullo nell’abitato di Alberobello, sia stata determinata da precise disposizioni dei conti di Conversano.

È possibile, quindi, che uno dei motivi di quest’imposizione fosse costituito proprio dalla facilità con cui quelle costruzioni a secco potevano essere abbattute, magari proprio in occasione di eventuali ispezioni regie. In ogni caso, o per la forte influenza esercitata dagli Acquaviva in seno alla Regia Corte della Sommaria, o realmente in virtù del ricorso a quel particolare espediente, Gian Girolamo II uscì indenne da quel processo e poté, quindi, continuare nella sua silenziosa ed illegale operazione di popolamento della selva, così che alla sua morte, avvenuta nel 1665 ad Alberobello il numero di abitanti crebbe a tal punto che si rese necessario un ulteriore allargamento del territorio da occupare.

Scrive, infatti, l’anonimo del Cassano: «e tanto è cresciuto il numero di detta gente, che non potendo vivere in detti territorj; gl’anni passati presero a cenzo da padri di San Domenico di Monopoli da tomola trecento di territorio demaniale sotto il colore di piantarvi vigne, con pregiudizio anche dell’università di Martina, per essere anche porzione di detto territorio, entro i confini di detta università».

La relazione del Vescovo di Conversano, in occasione della visita «ad limina» alla Santa Sede, nel 1665 precisa ancor meglio la situazione della selva in quel periodo, dando indicazioni precise sull’entità della popolazione locale alla morte del Guercio. In essa si legge: «la località rurale di Alberobello, che dista 18 miglia da Conversano, ha ottocento anime. Ho provveduto ad elevare a parrocchia l’unica e per giunta piccola chiesa ivi esistente, in cui finora mancavano il fonte battesimale, gli oli sacri e la SS. Eucarestia perché la località non fosse soggetta a tassazione regia; l’ho dotata del sacro fonte, degli oli sacri e del tabernacolo per il Santissimo; vi ho istituito un parroco con la dovuta congrua per il sostentamento e gli ho affiancato dei chierici per il servizio pastorale, soffrendo per tali mie iniziative molte tribolazioni da parte del Conte di Conversano, signore del luogo».

È evidente, infatti, che le misure prese dal Vescovo di Conversano andavano contro gli interessi di Giangirolamo, che invece, come visto, aveva tutti i motivi per mantenere segreta l’esistenza di Alberobello: non è un caso quindi che appena cinque anni dopo questa Visita il Vescovo venne trasferito in una sede della Calabria, Santa Saverina, una cittadina di appena 1500 abitanti e che tutti i suoi provvedimenti venissero rimossi.

Questa stessa volontà, poi, spiega come, alla morte di Gian Girolamo II Alberobello, che costituiva già una solida realtà, non sia assolutamente menzionata nell’inventario dei beni relativi all’eredità trasmessa dal Guercio a Gerolamo Acquaviva d’Aragona (Gian Girolamo III), che gli sucedette nella Contea di Conversano: in esso, infatti, si parla semplicemente di una «difesa» di Altobello, che è presentata come semplice appendice di Noci, né in seguito, durante l’iter legale nessuno rilevò l’inesattezza o ritenne necessario corregerla. È evidente allora che la forma «Altobello» non è da attribuirsi ad un errore di scrittura; bensì essa si spiega con la volontà di nascondere in un documento pubblico, quale appunto il testamento, l’abuso perpetrato dai Conti di Conversano: aver, cioè, eretto il «casale» di Alberobello senza il necessario permesso regio.

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