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guercio_pGiangirolamo II - detto il Guercio di Puglio per un difetto degli occhi- nacque nel 1600 da Giulio I Acquaviva D'Aragona e da Caterina Acquaviva ed alla morte del padre, avvenuta nel 1626, gli successe nella contea di Conversano, nel Ducato di Noci e nel ducato di Nardò.

Di lui la tradizione, concordemente, fornisce un quadro fosco, dipingendolo come un personaggio crudele e sanguinario. In reltà Giangirolamo II dovette essere un abile politico oltre che un ottimo soldato. Scrive, infatti, Notarnicola, esaltandone le abilità militari, che «era versatissimo nelle armi e specialmente nella cavalleria.

Nello stesso anno della morte del padre, radunati trecento cavalieri entrò nelle regie milizie e, l'anno seguente, ancora diciasetenne, debellò i turchi che avevano assalito Manfredonia. D'allora in poi, egli fu sempre primo a rispondere ad ogni richiesta del sovrano, con truppe assoldate e condotte da lui medesimo. Personalmente partecipò alle guerre d'Italia, mentre altre compagnie di cavalleggieri inviò a combattre le guerre di Spagna, rimettendovi quattromila ducati annui e l'alienazione dei gioielli di famiglia. Per la sua fama di grande Generale di Cavalleria, fu da Taranto acclamato come suo protettore»; e continua, sottolineandone l'abilità diplomatica,: «a ventisei anni anno, sposò Isabella Filomarino dei Principi della Rocca; donna altezzosa e crudele, che contribuì ad attirargli vieppiù l'odio dei baroni insofferenti del suo carattere e delle sue imprese militari, come pure l'inimicizia dello stesso Vicerè di Medina-Torre. Il quale, da quelli sobillato, giunse ad accusarlo a Filippo IV di alcuni delitti, di aver fondato senza il regio consenso la terra di Alberobello e la villa di Montalbano.

Pertanto, nel 1643, fu dal re chiamato in Ispagna per discolparsi. Prontamente vi andò e seppe sì abilmente difendersi, da ritornarsene vittorioso ed ottenere la deposizione del Vicerè. Al Medina-Torre succedette il duca d'Arcos, che, nel 1646 gli conferì il titolo di Conte di Castellana. Giangirolamo gliene seppe grato l'anno seguente, addì sette luglio, salvandolo, con rischio della propria vita, dal furore del popolo in rivolta guidato da Masaniello». Delle Imprese compiute da Giangirolamo II, in particolare sono ricordati i cruenti episodi di Nardò e di Foggia.

Così li descrive Notarnicola: «fu allora che, essendo insorte contro il Governo anche città e terre della Puglia, il Vicerè, nominatolo Commissario Generale della Provincia di Bari, gli affidò l'incarico di sedare quei tumulti. Egli, con cinquecento cavalleggieri, partì a spron battuto alla volta di Bari, ove, giunto, apprese che anche Nardò, suo ducato, erasi sollevata, non contro il sovrano, il cui dominio anzi invocava, ma per scuotere il suo proprio giogo feudale. Vi avevano inalberato il regio vessillo, occupato il castello ducale, si erano financo impossessati dei suoi cavalli e validamente fortificati, il 19 e 20 luglio 1647. Gli ambiziosi baroni, i superbi nobili, nonché i canonici erano stati gl'incitatori alla ribellione.

Questi ultimi erano offesi pel trono che il Conte, in dispregio all'autorità vescovile, si era arrogantemente innalzato nella cattedrale.
Senza frapporre indugio, il Conte corse a Nardò con trecento cavalli e duecento fanti, sperando di prenderla d'assalto. Ma la trovò chiusa nelle sue mura, ben munita di armati e di cannoni. La cinse d'assedio, fidando nella sua prossima resa. Ma così non fu. Visto l'insufficenza delle sue forze ed avendo corso gravissimo pericolo di essere spacciato da una cannonata partita dalle mura, chiese rinforzi di artiglieria a Franceso Boccapiànola, R. Comandante di Lecce, adducendo che egli, per essere al servizio del re, nient'altro voleva che la pace e rimettere Nardò sotto il governo di S.M., come appunto essa richiedeva. In tal guisa cercava di dissimulare la vendetta covata dal suo orgoglio ferito; ma il Boccapiànola non ritenne giusto inviare le armi regie contro una città che aveva innalzata la regia bandiera. Credette invece opportuno di interporre i suoi buoni uffici, con quelli del Vescovo Papacoda di Lecce, per risolvere la vertenza, ed avuto dal Conte la promessa di un magnanimo perdono, fece sì che la città ritornasse sotto il suo dominio.

Ma la natura irascibile e vendicativa sopraffece in Giangirolamo l'onore della parola data. Non passo guari, dopo la sua entrata nella città, che, fatti arrestare i ribelli, i fomentatori, nobili e canonici, li fece condannare dal locale Governatore Girolamo Lenti, nocese, alla confisca dei loro beni (calcolati oltre centomila ducati), ai tormenti e, poi, al capestro, chi alla fucilazione chi alla decapitazione.

Parte di essi furono giustiziati nella stessa Nardò, parte in Conversano, nella Stretta delle Forche. Queste crudeltà e le sevizie operate sui cadaveri delle vittime, -le teste dei canonici, munite di berrette clericali, furono collocate, quale monito feroce, sui rispettivi stalli del coro, mentre i loro corpi furono decorticati e le pelli rivestirono schienali di poltrone, - coprirono di fama esecranda il Guercio di Puglia. Da Nardò, Giangirolamo e suo figlio Cosmo passarono a domare molte altre città e terre insorte di Puglia e Basilicata. Ridusse all'obbedienza taranto e Massafra, Castellaneta, Laterza, Gioja, Acquaviva. Mentr'era qui, Giovanni D'Austria, bastardo di Filippo IV, espressamente lo incaricò di riconquistare Foggia. Lasciata Acquaviva sottoil presidio di Cosmo e di duecentocinquanta cavalli, si diresse verso la sua nuova meta.

Passando per Bitonto, che erasi schierata col partito francese del duca di Guisa - aspirante alla riconquista del Reame dei D'Angiò, - la sottomise col solo fare schierare soto le mura la sua artiglieria. Preceduto dalla fama delle sue crudeltà e conquiste, proseguì vittorioso riannettendo: Corato, Canosa, Barletta, Spinazzola, Lavello e Venosa. Sotto Cerignola, fu accolto con atto di omaggio e di sottomissione dai maggiorenti e dal capitolo della terra; parimenti dai foggiani fu ricevuto con le insegne calate». Dopo questi episodi Giovanni D'Austria affidò a Giangirolamo II altre imprese militari importanti che il Conte di Conversano portò a termine con successo: la conquista di Portolongone, dell' isola d'Elba e della fortezza di Piombino, possessi del Reame di Napoli caduti in mano dei francesi. Per questi eminenti servizi il Vicerè d'Arcos inviò al sovrano, in Spagna, una relazione esaltatrice dei suoi grandi meriti (1648).

Ma a cancellare la macchia delle atrocità commesse in Nardò, come a spegnere gli odi che i Baroni, ed in particolare il Duca Caracciolo di Martina Franca (Preside delle province di Lecce e di Basilicata) e il Duca d'Andria, covavano nei suoi confronti, per il modo in cui aveva domato le insurrezioni delle terre di loro giurisdizione, -odi, la cui eco era giunta fino al Re-, non valsero né le sue benemerenze, né quella relazione laudatoria: Filippo IV, infatti richiamò Giangirolamo II a Madrid, nel 1649, perchè si discolpasse delle gravi imputazioni a suo carico, mentre inviò a Conversano il Consigliere Varayz per condurvi l'istruttoria. Le lungaggini del processo protrassero il suo esilio a Madrid per sedici anni, durante i quali, egli conservò il gradi di Generale e fu strenuamente difeso dal suo fedele Segretario conversanese Paolo Antonio de' Tarsia. Dopo questo lungo periodo Giangirolamo, tornato libero, anche se non assolto, mentre faceva rientro in Italia, morì improvvisamente nel Principato di Catalogna il 14 marzo 1665.

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