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don_giacomo_donnalojaUN UOMO PREZIOSO DI QUESTA CITTA'
Tutti ricordiamo, come se fosse ieri, il 30 giugno dello scorso anno quando abbiamo ricevuto la notizia: don Giacomo ci ha lasciati! Un distacco duro per tutti ad Alberobello, ma ancor più per la nostra comunità guanelliana. Prima di essere parroco nella parrocchia di SantAntonio che tanto amava, don Giacomo era guanelliano. Superiore di una comunità giovane come la nostra che ha sentito la sua mancanza. Per me, per Enzo, per Fabio, per Domenico è stato come venire a perdere un padre, un fratello maggiore, in confidente amico che non perdeva mai la pazienza ed era sempre pronto a capirti e scusarti con i suoi sorrisi.
Giacomo era nato nel 1920, il 28 Gennaio, da Giovanni Donnaloja e Luchina De Carolis; fu portato al fonte battesimale di San Giovanni Battista in Rasano quindici giorni dopo, mentre il 4 Marzo del 1926 avrebbe ricevuto Comunione e Cresima, a sei anni come allora era uso.
Infanzia pressocchè comune in una famiglia di lavoratori religiosissima, tra i cui membri anche qualche parente prete o religioso, che certamente costituirono una delle molle per indirizzarlo alla scelta sacerdotale.
Il suo primo passo fra i guanelliani fu a Rasano in quell'Istituto che don Sante Perna fondò e poi affidò ai figli di don Guanella negli anni '30. Lì entro come postulante fino a quando partì per il Piemonte, dove avrebbe compiuto gli studi ginnasiali; poi sul lago Maggiore, a Barza, dove emise i suoi voti religiosi il 12 Settembre 1943, giorno fatidico dell'Armistizio; nella stessa Barza continuò gli studi di liceo e filosofia. A Chiavenna in Val-tellina, terra del Fondatore don Guanella, fu inviato per l'ultima tappa prima del sacerdozio, che arrivo il 26 Giugno 1949.
A Chiavenna lavorò fra i ragazzi, che furono il suo primo campo di apostolato, per quasi quarant'anni. Sarebbe interessante ripercorrere l'itinerario di don Giacomo educatore attraverso le preziose agendine-diario che egli custodì per anni con date, nomi, fatti annotati, segno di uno stile di estrema vicinanza educativa. Dopo Chiavenna, percorse l'Italia in molti centri, sempre fra i ragazzi, come educatore o come prefetto -che era il ruolo più importante dei nostri convitti- tanto da essere ormai noto fra i guanelliani come il 'Prefettone': da Amalfi passò a Milano, poi a Roma, quindi a Como, a Ceglie Messapica e poi a Bari. La giornata era tutta piena dei suoi ragazzi: sport, studio, gite; soprattutto la vita del cortile, la Messa quotidiana, il pensierino della buona notte, tradizionale nelle case di don Guanella.
Era maturo quando arrivò ad Alberobello: diceva sempre, sono nato come il Papa, nel 1920 e come il Papa sono diventato pastore, nel 1978! Non fu facile accettare la Parrocchia, per lui; anzitutto non si sentiva pronto, poi si trattava di una parrocchia giovane, con soli 25 anni di vita e ancora tanti problemi di impostazione. Poi la gente era rattristata dalla partenza di don Anselmo, che aveva fatto breccia nel cuore degli alberobellesi per il suo stile bonario, disponibile, popolare.
Ma mai scelta fu più indovinata, perché Alberobello diede a Giacomo la possibilità di tirare fuori la parte migliore delle sue risorse umane e spirituali.
Intanto l'uomo, perché don Giacomo era proprio una persona riuscita, serena, disinvolta, stabile. Era anche furbo, intuitivo e deciso; non prendeva molte decisioni, ma una volta prese raramente tornava indietro. Esprimeva una cultura di base vasta, varia quasi enciclopedica, raccolta con gusto e citata con passione. Non c'era campo artistico o culturale che non lo interessasse. Era pieno di difetti amabilissimi, distrazioni da orologio proverbiali, ma perché sembrava viaggiare con un suo orologio interiore.
Come sacerdote era un uomo fidato, scrupoloso, di grande interiorità, aperto alle formule nuove ma amante della tradizione popolare da cui proveniva. Puntava tutto sul dialogo con le persone: mai una volta in tutti gli anni di Alberobello, trascurò la visita periodica agli ammalati e la benedizione delle case annuale. Inseguiva i suoi parrocchiani con cartoline, biglietti, regalini simbolici per compleanni, onomastici, ricorrenze varie. Conosceva i suoi parrocchiani per nome, tutti, proprio tutti. Sapeva parlare e farsi ascoltare; amava molto confessare ed erano tanti, anche da fuori parrocchia e fuori Alberobello a tempestarlo di visite e chiamate: anche questo deve averlo mantenuto giovanile e aperto. Sorrideva sulla figura di parroco seduto in ufficio ad aspettare chissà chi; lui preferiva lasciare sulla porta i suoi cartelli e...non farsi trovare quasi mai. Meglio farsi incontrare per strada o andare in casa.
Di grande spiritualità, aveva il suo breviario tutto segnato di scritte e pensierini che gli venivano mentre pregava; Rosario a tutte le ore, lunghi tempi di preghiera, soprattutto passeggiando.
Con l'autunno del 2001, subito dopo la Festa di San Francesco ci allarmò; si disse un po' di tutto sulla sua situazione clinica, all'inizio non ben chiara. Ma poi le indagini radio-grafiche dissero il vero e fu un dolore per tIl suo non è stato un funerale comune, ma l'incontro di tanta gente che si era sentita proprio considerata e benvoluta, e che si congedava da un santo sacerdote.
In chiusura mi piace ricordare l'espressione con cui si rivolse al Vescovo e alla sua comunità il 27 Settembre del 2000, quando lasciava il suo ufficio di parroco: "Posso considerarmi un uomo fortunato. Dalla vita e quindi da Dio e dagli uomini, ho ottenuto tanto. Alle volte più di quanto meritavo, al di là di ogni speranza".
don Beppe

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