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castello_marchioneII feudatari che dopo Andrea Matteo e per tutto il XVI secolo governarono sulla selva di Alberobello furono quattro, tutti della casa Acquaviva D'Aragona. Ad Andrea Matteo, dunque, successe nella contea di Conversano, il nipote Giuliantonio (figlio di Gianfranceso, ucciso nel 1527 nella battaglia di Ravenna, sotto Carlo V). Questi, però, avendo combattuto accanto ai francesi, fu spodestato dei suoi feudi dall'Imperatore Carlo V e dovette fuggire in Francia. In tale occasione, lo zio Giannantonio Donato (1483-1554) impetrò ed ottenne dallo stesso Carlo V, che gli fossero traseriti i feudi confiscati, in quanto legittimo erede di Andrea Matteo.
La tradizione presenta Giannantonio Donato non come un uomo d'armi, ma come un amante delle lettere e dello studio: non gli si attribuisce, infatti, alcuna azione bellica mentre lo si annovera fra i «dotti del regno». Sembra che dopo la reintegrazione dei feudi, egli si dedicasse con cura al loro riordinamento e soprattutto al loro sviluppo.
A Giannantonio successe il suo primogenito Giangirolamo I (1521-1592). Questi, nominato, alla morte del padre, Duca d'Atri e Conte di Conversano da Filippo II, si distinse per le indubbie qualità militari, comandando contro i Turchi i presidi marittimi della Puglia e della Sicilia. In particolare, nel 1571, fu eletto «Generale del Corpo degli Avventurieri», voluto da Pio V per combattere i Turchi, e con tale grado partecipò alla battaglia di Lepanto del 7 ottobre. Partecipò anche alla guerra di Ungheria, militando sembra a proprie spese ed impiegando non solo le sue ingenti rendite ma anche contraendo un prestito di diecimila ducati, per ottenere il quale diede come garanzia la giurisdizione sulla «terra di Noci».

A Giangirolamo I sucedette, nella contea di Conversano, il figlio Adriano (1560-1607). Anche questi è ricordato come un abile militare. Infatti la tradizione lo segnala in varie spedizioni: in particolare di lui si ricordano la difesa del castello della Goletta, in qualità di Colonnello dell'esercito spagnolo, e lo sterminio della banda di Marco Sciarra, il «re della campagna», che, per sette anni, aveva terrorizzato il reame e lo Stato Pontificio con una serie di atti di brigantaggio. In conseguenza di questi atti Filippo II lo onorò del titolo di Consigliere di Stato e di Luogotenente di Terra d'Otranto. Mentre Filippo III nel 1600 gli conferì, per ringraziarlo di altri servizi prestati, il titolo di Duca di Noci.

Scrive al proposito Notarnicola che: «in considerazione del novello titolo volle restaurare le muraglie e la torre feudale della natia Noci e dare alla sua popolazione parecchie prove della sua generosità. Presumibilmente, al pari dei suoi antenati, si interessò anche della Selva di Alberobello, facente parte del Ducato di Noci». Su questa stessa linea si pose l'attività del successore di Adriano, suo figlio Giulio II (1576-1616), il quale esercitò il potere feudale sui suoi possedimenti nocesi, con un profondo senso di giustizia, tanto da meritarsi l'appellativo di «Moderatore». In particolare elargì a quella popolazione tutta una serie di privilegi ed immunità, raccolti in 17 Capitoli, il 22 giugno 1601. Fra questi, in particolare, si provvedeva alla vigilanza dagli incendi estivi della Selva di Alberobello; si permettava di potervi «uccellare» ma soltanto con l'utilizzazione di reti e lacci; si concedeva la possibilità di raccogliervi rami secchi e ghiande, cosa prima proibita. Alla morte di Adriano successe nei feudi di Conversano e Noci il suo unico figlio Giangiralamo II.

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