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chiesettaPoco più di cento anni sono trascorsi dal giorno in cui in una nicchia votiva un monopolitano carico di fede colloca, appena fuori Alberobello, un'effigie della Beata Vergine della Madia. Non immagina il devoto che la sua avventura, com­piendosi il centenario di quella sistemazione, avrebbe mosso generosi fedeli a dare l'avvio alla costruzione di una nuova chiesa.

L'iniziativa di quel pio, che mai ebbe consapevolezza del suo ruolo nella devozione della Madonna della Madia, trasci­na il popolo alberobellese, ogni 15 agosto. Come non ricorda­re i momenti coinvolgenti di quella serata, che vide le vie Olmo, Massimo D'Azeglio e Marco Lacatena illuminate da semplici luminarie e frequentate da fedeli che lì avevano tra­sferito il proprio passeggio! Oh, come non ripensare alla sosta davanti ad un'orchestrina che con musica d'altri tempi intrat­teneva gioiosamente! Come dimenticare gli anziani che movi­mentavano gli spazi antistanti le proprie case trattenendosi in piacevoli conversazioni, o ascoltando fisarmoniche o giradi­schi!

Nel 1999 l'atmosfera degli Anni Cinquanta non anima più le strade, né in esse si legge più il compiacimento della festa.[…]

Fortunatamente, in quest'area cittadina, contrada Pentimi, il ricordo non si è dissolto; buona parte del popolo ha promos­so e concorso a realizzare una chiesa, la quinta in Alberobello, la settima nel territorio, dove già si può venerare Maria SS. della Madia, icona della maestà di Dio. La "nuova Casa" si confonde con i caseggiati circostanti; solo il campanile con la sua altezza la caratterizza come luogo sacro.

Se all'immigrato monopolitano Cesare Indiveri ' si attri­buisce la nascita del culto, al nipote Francesco va riconosciu­ta l'indifferibile volontà di donare il terreno ereditato per farvi edificare la chiesa in un tempo piuttosto breve.

Tutti oggi la scorgono nel campicello che fu di Cesare, è un'opera col suo valore estetico legato al senso del moderno, con la ricerca di semplificazione delle facciate; non si sarebbe potuta compiere senza la fede, il coraggio della spesa e la pre­veggenza del clero. Alla fine il donante, i promotori e il clero sono stati capaci di suscitare devozione autentica e profonda, non distratta dal facile trionfalismo dell'opera da eseguire a tutti i costi.

Ad un secolo di distanza, la chiesa è il luogo di preghiera silenziosa e di celebrazione comunitaria della Liturgia, tale resta nella storia di un culto che è cresciuto per la volontà di un singolo venuto da lontano.

La cronaca non ha mai annotato la vita di Cesare Indiveri, venditore giramondo.

Chi non ricorda fino a pochi anni fa l'ambulante! E' stato parte del nostro ambiente, del mondo di paese, una figura familiare dei meriggi assolati, o degli uggiosi mesi autunnali, oppure dei ridenti mattini primaverili.

Ha già una piccola famiglia ' da mantenere, soprattutto due pargoli: Vincenzino e Angelo, che presto rimangono orfani della mamma Angela. Il lavoro disordinato induce il papa a risposarsi e dalla seconda unione con Antonia Uva nasce Domenico.

Passano quattro anni e nel 1863 l'Indiveri si trasferisce in Alberobello, perché ha vinto il concorso per la rivendita del sale e del tabacco nella Città dei Trulli.

Assaporerà, finalmente, un po' di riposo, non più la vita raminga condita di paura.

Sì! Nei primissimi anni dopo l'Unità d'Italia si vìvono tempi burrascosi; i nostri luoghi sono frequentati dai briganti e tante volte Cesare teme d'imbattersi in uno di quei malfattori, d'essere molestato o percosso, o, perfino, ucciso, perché fre­quenti sono le grassazioni, i sequestri a scopo di estorsione e le uccisioni.

Le popolazioni di Monopoli, di Alberobello e di Coreggia sono atterrite dall'attività di una banda, limitata di numero, capeggiata dall'alberobellese Giorgio Palmisani di anni ventotto .

Lo sventurato sa che ai malcapitati il Palmisani frattura le falangi per impedire la risalita.

Lascio immaginare quali turbamenti abbiano sempre occu­pato le mente di Cesare Indiveri. La rivendita immancabil­mente gli avrebbe assicurato tanta tranquillità e un discreto guadagno.

madonnaDebellato sul finire del 1864 il fenomeno malavitoso, la vita nei centri urbani riprende serena; Cesare pensa di fare delle sortite in Monopoli, ove va spesso, in particolare in occasione della grande festa. Quando è davanti a Colei che ama rinnova la sua promessa: "Madonna mia! Ti porterò con me, ti porterò in Alberobello".

Un dì appaga il suo desiderio e commissiona al pittore Antonio Semeraro   un dipinto di modeste dimensioni   .

L'anno 1885, riportato anche in calce al dipinto dall'autore, Cesare con i familiari e pochi intimi colloca nella dimessa nic­chia del suo campicello l'effigie tanto soave della Vergine.

Da quell'anno Monopoli rivede suo figlio sempre prima dei suoi festeggiamenti, perché il 14 e il 15 agosto egli è in Alberobello a dar vita alla "sua festa"; i mortaretti e la banda musicale verranno dopo.

La tradizione vuole che la mattina del 15 agosto di ogni anno, partendo da Via Marco Lacatena, un gruppo di sei ele­menti, gli "sfascia tamburi", giri per il paese per annunciare la festa della "Madonna di Cesare" e nient'altro. La Madonna della Madia sarà scoperta pian piano dagli Alberobellesi più attenti alle immagini votive, ma per la maggior parte del popo­lo Ella rimane e, crediamo, rimarrà sempre la "Madonna di Cesare".

Una sacralità, dunque, innata anche per noi e per questo diversa anche nel nome.

Ancora oggi, dopo nove secoli, pochi sono i miei concitta­dini che conoscono il fascino dell'approdo del quadro della Beata Vergine nel porto monopolitano.

Nel 1885 giunge in Alberobello l'effìgie della Madonna del pittore Semeraro e l'Indi veri la colloca nella nicchia del suo campicello. Dopo mezzo secolo, con il contributo dei devoti, gli eredi innalzano un'edicola, come l'abbiamo vista fino al 24 giugno 1993. Gli stessi, donando il suolo, dal 25 maggio 1992, hanno permesso al clero, ai promotori e ai soste­nitori l'edificazione della chiesa, la cui forma architettonica è in stile moderno.

Il divino disegno si diversifica dallo slancio spontaneo.

Il comitato promotore, incalzato da una febbrile ansia d'e­secuzione, non è in grado di concludere Tatto con il benefat­tore Francesco Indiveri.

Tutto sembra filare liscio appena è eletto Arciprete della Parrocchia dei Santi Medici Giovanni Battista Martellotta. E' volitivo, si muove con decisione, riceve un preciso incorag­giamento dal comitato e si adopera per raccogliere i fondi e sovrintendere all'erezione della chiesa.

Francesco è avanti negli anni, desidera vedere la nuova casa del Signore e senza alcun tentennamento con il rogito del notaio Amoruso, il 24 luglio 1990. elargisce il suolo e durante la festa della Madonna della Madia l'Arciprete annuncia l'im­minente avvio dei lavori perché Francesco arde per il "suo pro­getto", ma non lo vedrà ultimato, il Signore lo chiama a sé anzitempo.

Una nuova storia comincia. Mentre si stampa questo elo­quente e più completo ricordo, rispetto al precedente, apparso nel 1990, sì sta ormai compiendo il 1999.

Se il giubilo del ben meritato esito rinverdisce ogni anno la fatidica data del 15 agosto, se tutto il paese festosamente risuo­na delle squillanti note del bronzo della campana, il pensiero di ogni abitante non cessa di rivolgersi reverente a quanti con ostinata volizione hanno contribuito e realizzato il luogo di culto.

Con il contributo di tanti generosi, il 25 agosto 1992, ini­ziano i lavori di scavo; non c'è impresa, solo il concorso di molti devoti che fanno ricorso ai propri mezzi meccanici per infrangere la roccia, per rimuoverla e per trasferirla. In silenzio giungono congrue offerte che servono a dare una forte accelerazione.

Michele Sgobba, la cui fama di architetto alberobellese è ormai nota anche fuori dei nostri confini per le opere egregie create, è l'autore del disegno della chiesa.

Il tipo di architettura del manufatto risponde a linee pla­smate e rese più semplici e schematiche dalla sensibilità e dal gusto moderno e personale dell'autore, che ha inserito la sua creazione in un'area caratterizzata da un'edificazione fram­mentaria e discontinua degli Anni Ottanta e ha tenuto conto dello spazio irregolare, di forma quasi rettangolare, confinan­te per due lati con altra proprietà privata, mentre un terzo del perimetro di detta area si mostra sulla strada.

Nella penombra suggestiva delle case confinanti e di alcuni alberi di pino vive l'edificio, suddiviso dallo Sgobba in due elementi architettonici e decorativi, che si sposano e generano la tipica fattura del corpo unico. La forma è fulgido esempio di buongusto e di eleganza, su cui l'occhio sosta con vero godimento, grazie anche agli spazi verdi su tutti i lati, ad ecce­zione di quello di sud-ovest, quasi a voler sottolineare il profondo senso e la dolcezza dell'operosa e serena vita di pace e dell'isolamento che la chiesa deve avere in assenza di un sagrato.

Dalla forma dei due parallelepipedi intersecantesi traspaio­no due ordini di idee: il geometrico e il simbolico. Il corpo di fabbrica minore con il fronte più avanzato attraversa il nucleo del più grande impreziosito da una croce plasmata adiacente all'ingresso, è per l'autore l'esaltazione della fede cristiana attraverso il culto per la Vergine. Disponendo scenicamente i due corpi, l'architetto ha creato un'opera originale, ponendola al servizio dell'estetica, caratterizzata da un fervore innovati­vo molto diffuso.

L'austero ambiente non è pervaso da una vivida luce, ma da una penembra suggestiva per favorire la meditazione e la pre­ghiera.

L'accesso alla chiesa ha sul fronte l'apertura di una nicchia per inglobare l'effigie sacra, sostituita da una fotografia, per­ché l'originale del Semeraro si è voluto preservarlo e conser­vare nell'interno. Un'immagine guida alla lettura dì questo apparato urbanistico è nei grafici contenuti in appendice; l'ar­chitetto ha accentuato gli elementi dinamici e i punti forza che sono evidenziati dai componenti decorativi fortemente plastici quali la croce, l'ingresso, il fitto affollarsi di finestre oblunghe e, poco discosto su robusti pilastri, il campanile di matrice geometrica, scorcio suggestivo, che si coglie immediatamente percorrendo gli assi viari dintorno. A livello inferiore è stato ricavato un seminterrato, al quale si accede mediante una rampa che corre parallela al corpo edilizio più piccolo e desti­nato a sala per le riunioni. Sono stati usati per realizzare l'in­tero corpo di fabbrica "setti di travi in cemento armato e muri portanti in blocchetti di calcestruzzo e tufo con interposta camera d'aria; i solai sono del tipo a travetti precompressi e pignatte in laterizio di luce netta variabile; il pavimento del piano seminterrato appoggia su un vespaio areato, mentre tutte le strutture interrate sono opportunamente impermeabilizzate e isolate; per i solai di copertura è stata prevista la realizzazione del pavimento di lastre di Corigliano e tutte le superfici ester­ne del corpo più grande sono pitturate in colore bianco, men­tre l'altro volume è in calcestruzzo a vista" . Il valore esteti­co della testimonianza del passato con il nuovo non è rappre­sentato, anzi sembra che i mezzi espressivi dell'architettura moderna, qui, rifiutano la storia e ne rendono discutibili i rife­rimenti al passato che restano nella memoria.

All'alba del Bicentenario dell'Elevazione di Alberobello a Città Regia, durante le celebrazioni, la nuova chiesa viene con­sacrata.

E' il 31 maggio 1997, presente S.E. Domenico Padovano, Vescovo della Diocesi di Monopoli e di Conversano, il corteo religioso, in forma solenne, muove da via Marco Lacatena e si dirige innanzi all'edificio tra due ali di folla festante, testimo­ni di un avvenimento piuttosto singolare.

L'attenzione si concentra sulle due figure religiose, l'Arciprete e il Vescovo. Il primo, col suo intervento che si rivela di estremo interesse per il puntuale riferimento al pro­getto ideativo, esecutivo e stima delle opere iniziate ed ese­guite, con molto garbo riscopre la memoria e l'identità del luogo, punto d'incontro e non di transito, di sosta dove ritro­vare Dio e se stessi. La città, precisa, ha un'altra dimensione, la parte viva del presente e la testimonianza del passato posso­no aiutare a rifondere i valori spirituali.

E se il pulsare della vita quotidiana è trasformato da un inconfondibile movimento di idee e di atti contrastanti, incontrarsi nella piccola chiesa della Madonna della Madia potrà essere il segno di concordia tra spirito e realtà.

L'alto prelato, mons. Padovano, invita i presenti alla cre­denza con senso di speranza. Il luogo che sta per consacrare privilegia l'intensità della fede e la forza della meditazione. Il motivo di attrazione verso la Chiesa è provocato anche dal contatto con le belle figure dei Santi che con il loro stile di vita si sono imposti all'ammirazione dei credenti. Oggi la tenta­zione frontale, che porta alla rottura dei valori, è in favore del ritorno all'esigenza di ricerca di modelli. La sfida è riuscire a dare un volto anziché proporre un'anonima e caotica visione della vita, partendo dall'eredità culturale del passato con cui i cristiani cattolici sanno esprimere anche negli edifici e con gli edifici la loro fede.

Bibliografia
Martellotta Angelo

La Beata Vergine della Madia in Alberobello (1999)
Servizi Grafici - Coreggia - Alberobello

 

Madonna della Madia ( di Cesare)

Dall'indirizzo:

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