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La storia dalle origini alla liberazione feudale di Giovanni Guarella

riscatto_feudaleTratto da: "La Guida Storico-Turistica di Alberobello"
SAN.VER.AL PROJECT - 1999

Leggete la storia nell'ordine in cui sarà mostrata e precisamente:

La storia dalle origini alla liberazione feudale
Il Guercio di Puglia - 1626
La Liberazione dal regime Feudale

Le altre voci, comunque consultabili, sono strettamente collegate ai tre articoli precedenti.

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alberobello_vecchia2di Giovanni Guarella

LE ORIGINI

«…veggonsi per le campagne sparse in gran numero capanne fabbricate a secco, dove di pietre calcaree e dove di pietre tufacee.
Sono denominate trulli e sono costruite ingegnosamente di figura conica colla loro cupola, per cui somigliano a tanti mausolei sparsi per la campagna. Servono di alloggio al bestiame e alle persone rustiche, e vi è un paese tutto costruito di tale gusto detto
Albero bello».
Così Giuseppe Maria Galanti, nella sua Della Descrizione geografica e politica delle Sicilie, nel 1791, pochi anni prima della fine del feudalesimo, tratteggia il paesaggio della Selva di Alberobello (vedi toponimo).

Certamente non era più lo stesso paesaggio della sylva aut nemus Arbero belli di cui si fa cenno in una pergamena del 1272, in cui si descrivono i confini del canale di Pilo, pubblicata da Domenico Morea nel suo Chartularium Cupersanense. Non era quello tracciato in un Diploma del 1324, con cui Roberto d’Angiò, principe di Taranto, concedeva ai coloni del vico Castellano il privilegio di «poter fidare gli armenti nella Silva de Albero belli».

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Il GuercioQuesta situazione di conflittualità raggiunse il suo limite parossistico con l’investitura, nel feudo di Conversano, di Giangirolamo II, nel 1626. Con lui, infatti, il processo di popolamento della selva di Alberobello tocca i suoi tetti più alti.

Scrive, al proposito Gioia: «venne quindi Giangirolamo il Guercio di Puglia, il quale per l’altezza de’ suoi concetti più dei conti predecessori le apportò richiamo di coloni ed incremento di caselle. Primariamente eresse per i suoi diporti una spaziosa casina, poi forno, molino, beccheria, bottega lorda pe’ villici, indi una taverna per l’alloggio de’ viandanti, sulla cui porta fu scritta questa legenda, che appare tuttavia: Joan. Hyeronimi Aquaviva ab Aragonia VIII Com. Cupersan: A.D. 1635».

Quanto riportato da Gioia è successivamente attestato anche da Morea: «al tempo che Gian Girolamo II successe nella contea di Conversano nella nostra selva c’eran, sì, dei villici in numero forse, di quaranta famiglie; ma erano sparsi qua e colà per la boscaglia, nelle vallette per lo più dov’era alcun pezzetto di terra da coltivare per frumento.

Or questo centro pose Gian Girolamo, allorchè sull’estremo della collina che guarda a mezzogiorno, nella valle sottoposta dov’era il grande abbeveratoio de suoi armenti (abbasso la foggia) divisò di edificare, e edificò di fatto, insieme con una casa di abitazione per sé e per i suoi, quando ci dovesse venire per diporto, un forno anche, un mulino, una beccheria, una pizzicagnoleria pe’ suoi villici.

Provvide anche all’alloggio a qualche disgraziato viandante che potrebbe attraversare al selva e rimanervi la notte, e fece una taverna su cui pose la scritta che è conservata oggi ancora in una delle stanze della casa de’ Conti». Gian Girolamo II, dunque, accelerarò il «silenzioso» processo di popolamento della selva, innanzitutto, realizzando una serie di strutture (locanda, pizzicheria, macelleria, mulino, forno, tutte, dunque, allocate nel suo palazzo, fatto costruire nella selva come ricovero di caccia), che dovettero sicuramente favorire lo stanziamento di coloni in essa, ma, soprattutto, continuando a garantire per questi ultimi la serie di immunità e di franchigie, già istituita dai suoi predecessori e contemporaneamente avallandone delle nuove. Scrive al proposito Notarnicola: «in quell’epoca di vigesime, taglie, gabelle, dazi, imposte, angarìe, perangarìe e tributi di ogni genere, soltanto i baroni potevano gestire le avanti dette pubbliche provvidenze, costringendo i vassalli a servirsene a prezzi esosi.

Ma che Giangirolamo fosse strozzino nell’elargirle, non è da ammettersi, dato che, per attirarsi nuovi coloni, concedeva privilegi, esenzioni, immunità. A lui premeva, più che l’imporre balzelli, la coltivazione di quelle terre riserbate ai suoi godimenti agresti e venatori; ed anzi, nell’intento di assicurare ai coloni più larghe possibilità di vita, aveva preso in affitto perpetuo le due confinanti selve: Badessa (dal monastero di S. Benedetto in Conversano) e San Leonardo (dai Cavalieri di Malta) e cedutone graziosamente gli usi civici ai Selvesi, suoi vassalli prediletti.

Tali usi civici consistevano nel permesso di legnare, pascere, ghiandare, abbeverare, arare, seminare, scavare pozzi o materiali edilizi, ecc.». Al particolare regime di immunità e di privilegio fiscale di cui continuavano a godere gli abitanti della selva, quindi, Gian Girolamo II, aggiunse la concessione degli usi civici sui possedimenti di San Leonardo e della Badessa (che in realtà erano tenuti in affitto dagli Acquaviva già da un periodo precedente la signoria di Gian Girolamo II), che cadevano nel territorio dei Caracciolo. Le misure adottate dal feudatario dovettero dare buoni frutti.

Nel 1663, infatti, a pochi anni dalla sua morte in occasione della «Santa Visita» del Vescovo di Conversano, Mons. Giuseppe Palermo a Noci, il cappellano incaricato per Alberobello, Don Francesco Gigante, inviò allo stesso Vescovo una relazione che fa luce sulle condizioni dell’abitato in quel periodo. In particolare afferma di celebrare la messa ogni giorno, di amministrare i sacramenti (confessione, battesimo, matrimonio ed estrema unzione) e che le sepolture avvengono dentro la chiesa sulla base di una tariffa che varia da cinque a dieci carlini, secondo le possibilità delle famiglie; ma soprattutto sostiene di non poter far visita a tutte le famiglie lì presenti, perché le case sono molto distanti nel territorio.

Dunque, questo documento conferma come la spregiudicata politica condotta da Gian Girolamo II, abbia determonato un sicuro rialzo nella azione di popolamento della selva. Ciò, però, fu causa di un’ ulteriore accentuazione dello stato di tensione già esistente tra i Conti di Conversano e le Università vicine, in particolare Martina. Una prima attestazione in questo senso, infatti, è fornita ancora dal testo anonimo del Manoscritto Cassano.

In esso l’autore, riferendosi proprio agli anni della signoria di Gian Girolamo, scrive: «questa selva benche da Conti di Conversano venga chiamata massaria, e l’uomini, che ivi abitano, vogliono, che siano coloni; ad ogni modo le circostanze, che accompagnano il fatto può dirsi più tosto, non solamente casale, ma una buona terra per lo numero di fuochi, ed anime, e per le funzioni, che ivi si fanno, e benche non vi siano fabriche di case, ma solo caselle a muro secco; non perciò può ritenere il nome di masseria, perche le terre non le costituiscono li muri; ma la congregazione degl’uomini, e la percezione de sagramenti, e benche non vi sia nella chiesa, ch’è in quel luogo, la fonte battesimale, portandosi a battezzare i figlioli, che nascono, o nella chiesa delle Noci, o in quella di Locorotondo; tutti gli altri sagramenti però si dispenzano in quella chiesa colla permissione del vescovo di Conversano, che pretende, o li vien fatto pretendere, che quel suburgo sia soggetto alle Noci, senza che mai da vescovi di Monopoli, di cui dovrebbe essere la giurisdizione spirituale se ne fosse intentata menoma pretenzione, forse per non contrastare colla potenza della parte.

Ne questa Selva si tiene per massaria per cui coltivare, basterebbero quattro, o cinque coloni, e tanto è ciò vero, che per dar’aggio a quella gente d’industrarsi, e vivere àn tenuto j conti di Conversano, e tengono da tempo memorabile in affitto perpetuo dalla sacra religione di Malta la comenda di Buonfiglio attaccata a detta Selva esistente nel territorio di Martina, compreso nella compra, che fè dalla Regia Corte colle altre università di sopra enunciate nel 1566, il qual territorio di Buonfiglio si trova descritto nel gabreo della sacra sudetta religione di Malta per inventario fattone nel 1687 per quattro miglia di circuito con due parchi chiusi, e con due foggie d’acqua, e similmente àn tenuto, e tengono in affitto il territorio della badia di san Benedetto delle donne monache di Conversano per li quali territori sono sortiti e sortiscono continuamente disturbi, ed inconvenienti fra quella gente, e l’università di Martina, che à sopra quel territorio il jus baiulationis, poiche quella gente avezza a non stare a ragione per la protezion, pure che godono de loro padroni, commettono spesso eccessi nel taglio degl’albori fruttiferi, che non ponno farlo, se non con dover lasciare nella dovuta distanza di dieci passi, quando si coltiva il terreno in virtù anche della capitulazione sono stati quegli uomini o carcerati o depignati, e lo stesso è sortito quando hanno voluto immettere animali indomiti al pascolo, ed essendosi tutto ciò avuto a male da conti di Conversano, ne sono sortite spesso rappresaglie, con la pretenzione, che quella gente potesse godere di quel pascolo, sotto il colore, che sian cittadini di Castellana, per aver ivi comprata fraudolentemente una picciola casa, o un picciolo pezzo di territorio.

Tutto ciò però nonostante, sempre l’università di Martina si è mantenuta nel possesso del suo diritto, o de fatto o con atti giudiziali». Qui, quindi, si conferma lo stato di pericolosa conflittualità sorto tra il duca di Martina ed «i selvesi» in seguito alla concessione, fatta a questi ultimi da Gian Girolamo II, degli usi civici sui due territori di San Leonardo e della Badessa, che di fatto erano nel territorio di Martina e quindi soggetti alla signoria dei Caracciolo, e che diede vita a scontri giudiziari (quando non fisici) fra le due popolazioni, conclusi in alcuni casi con carcerazioni o «depignamenti».

Una seconda conferma della condizione di forte contrasto esistente tra Martina e il Conte di Conversano e, questa volta derivante dallo stato di esenzione fiscale di cui godevano gli abitanti della selva è data da un documento, intitolato Differenze di Alberobello con Martina, risalente al 1659: «[…] nelli confini di detti territori vi sono due possedimenti detti lo Monte del Sale e San Leonardo, dove pretendono le genti di Martina di poter introdurre i loro animali a pascolare e quelli di Conversano li prohibiscono con guardare sin di là di detti possedimenti sessanta passi entro il territorio di Martina, donde li Martinesi si chiamano doppiamente pregiudicati e ne succedono in dies rumori. 2.

Perchè nella detta selva d’Alberobello sei migli distante da’ Martina si vedono erette una gran quantità di casine che servono per rifuggiarsi i forastieri fuggitivi, et inquisiti et in particolare gente di Martina e Lucorotondo dove vengono protetti e guardati a segno che vi si trova gran radunanza e senza che le Università che portano il peso di quella gente possano esigerne li pagamenti fiscali, né il Duca le trigesime ed altri emolumenti a lui spettanti da’ tali suoi vassalli, lì quali non fanno altro che depredare per quei contorni per la sicurezza della […] rata. Al primo capo potrebbe con facilità rimediarsi con vedere la differenza, dare l’osservanza all’antico solito, et ordinare anco per il mezo un pariéte che divida li confini per futura quiete. Al 2. con ordinarsi il diroccamento di quella radunanza di casine che son causa del ricetto e spedir ordini rigorosi acciò non si possano dall’una al’altra parte ricectar vassalli dell’uno e dell’altro e così sarebbero levati tutti gli incentivi che ponno causare gli disturbi, come li causano alla giornata». In questo documento, dunque, il Duca di Martina lamenta proprio il fatto che l’onere fiscale dei cittadini che da Martina e Locorotondo erano fuggiti ad Alberobello, ricadesse completamente sugli abitanti di quelle cittadine e propone come soluzione il «diroccamento» di quell’insediamento.

L’aumento della conflittualità fra gli Acquaviva ed i Caracciolo spinse il duca di Martina Francesco I, dopo una serie di denunce ed atti, ad intraprendere un’azione che potesse chiudere definitivamente la vicenda. Egli, infatti, insieme agli altri baroni, denunciò al vicerè, il duca di Medina-Torre, il conte di Conversano, accusandolo di aver eretto senza il regio beneplacito, come invece era previsto dalla già menzionata prammatica de Baronibus, gli abitati di Alberobello e di Montalbano. La reazione della Regia Camera fu immediata.

Scrive al proposito l’anonimo del Cassano: «nell’anno 1654 forse precedette qualche denunza si spedirono ordini dalla Regia Camera, che il conte di Conversano fra lo termine di giorni venti avesse dovuto dimostrare con qual licenza, e ordine avesse fatto eriggere i casali nominati Alborebello, e Montalbano, e se le genti, che in quell’erano andati ad abitare, erano regnicoli, o forestieri, e se regnicoli, s'erano originarii d’altre terre, fuochi, e sottofuochi, e se forastieri di qual nazione fossero stati, ed in qual tempo erano andati ad abitarvi, e se a loro, o altri regnicoli abitanti in essi casali si fusse conceduta alcuna immunità, e se i sudetti fuochi erano numerati, e avevano pagati li pagamenti fiscali, e altre imposizioni, che fra lo stesso termine fosse comparuto a dir la causa per cui non era incorso nelle pene contenute nelle regie prammatiche per la nuova costruzione di detti paesi, e tutto ciò fu ordinato precedente relazione del percettore di Bari, a cui era stata commessa l’informazione». Il tribunale regio, quindi, a seguito della denunce, chiamò lo stesso Gian Girolamo II a rispondere di fronte al vicerè delle accuse mossegli e deliberò di inviare un commissario fiscale che facesse luce sulla reale situazione dei due casali oggetto dell’imputazione. Il processo si concluse coll’assoluzione di Gian Girolamo II. Sembra, infatti, come scrive Gioia, che, per quanto riguarda il casale di Alberobello: «Giangirolamo nel corso degli informi sapendo dover accedere alla selva il percettore di Bari, fece incontanente ruinare la più parte delle caselle e disparirne gli abitanti». Ad avviso dello storico nocese, quindi, Gian Girolamo, avvertito dell’imminente ispezione regia, avrebbe fatto abbattere le «caselle» costruite a secco nella selva, facendo così, di fatto, venire meno lo stesso oggetto della denuncia.

Quanto riportato dal Gioia, d’altra parte, è confermato anche dall’anonimo del Cassano che così scrive: «questi atti però, che all’ora si fecero non si trovano in Regia Camera per la potenza forte della parte, e in altre simile concenture hanno j conti di Conversano usate un industria di aver fatto smantellare parte di dette caselle, e fatti ritirar quella gente parte nelle Noci, parte in Castellana, e parte nelle masserie situate ne i territorj sudetti nella comenda, e abbadia». L’anonimo autore del testo, quindi, non solo conferma
quanto riportato da Gioia, ma dilata temporalmente la tecnica operata dagli Acquaviva in questa occasione: sembra, infatti, che anche in altre circostanze, nell’evenienza di ispezioni regie, i Conti di Conversano siano ricorsi al «diroccamento» dei «trulli» per sfuggire ad eventuali condanne e a questo fine abbiano imposto ai «selvesi» l’obbligo di non modificare la tecnica costruttiva «a secco» propria delle «caselle».

E che ciò possa essere corrispondente alla realtà è attestato da un ulteriore documento, reperibile nell’Archivio di Stato di Bari, e relativo ad un atto pubblico che riguarda una riunione tenuta nella casa del pubblico magistrato di Alberobello, alla presenza di due avvocati rappresentanti della Regia Camera: davanti ad essi compaiono il «serviente provisionato» del conte di Conversano e alcuni testimoni che portano le prove degli abusi esercitati dal conte sulla popolazione obbligata a conservare l’aspetto esterno originario dell’abitazione a trullo, e a non apportare modifiche di nessun genere, pena la demolizione delle aggiunte. Si tratta, quindi, di un atto, estremamente importante per la storia di Alberobello e per la storia dell’abitazione in pietra a secco, poiché conferma l’idea che la conservazione della struttura a trullo nell’abitato di Alberobello, sia stata determinata da precise disposizioni dei conti di Conversano.

È possibile, quindi, che uno dei motivi di quest’imposizione fosse costituito proprio dalla facilità con cui quelle costruzioni a secco potevano essere abbattute, magari proprio in occasione di eventuali ispezioni regie. In ogni caso, o per la forte influenza esercitata dagli Acquaviva in seno alla Regia Corte della Sommaria, o realmente in virtù del ricorso a quel particolare espediente, Gian Girolamo II uscì indenne da quel processo e poté, quindi, continuare nella sua silenziosa ed illegale operazione di popolamento della selva, così che alla sua morte, avvenuta nel 1665 ad Alberobello il numero di abitanti crebbe a tal punto che si rese necessario un ulteriore allargamento del territorio da occupare.

Scrive, infatti, l’anonimo del Cassano: «e tanto è cresciuto il numero di detta gente, che non potendo vivere in detti territorj; gl’anni passati presero a cenzo da padri di San Domenico di Monopoli da tomola trecento di territorio demaniale sotto il colore di piantarvi vigne, con pregiudizio anche dell’università di Martina, per essere anche porzione di detto territorio, entro i confini di detta università».

La relazione del Vescovo di Conversano, in occasione della visita «ad limina» alla Santa Sede, nel 1665 precisa ancor meglio la situazione della selva in quel periodo, dando indicazioni precise sull’entità della popolazione locale alla morte del Guercio. In essa si legge: «la località rurale di Alberobello, che dista 18 miglia da Conversano, ha ottocento anime. Ho provveduto ad elevare a parrocchia l’unica e per giunta piccola chiesa ivi esistente, in cui finora mancavano il fonte battesimale, gli oli sacri e la SS. Eucarestia perché la località non fosse soggetta a tassazione regia; l’ho dotata del sacro fonte, degli oli sacri e del tabernacolo per il Santissimo; vi ho istituito un parroco con la dovuta congrua per il sostentamento e gli ho affiancato dei chierici per il servizio pastorale, soffrendo per tali mie iniziative molte tribolazioni da parte del Conte di Conversano, signore del luogo».

È evidente, infatti, che le misure prese dal Vescovo di Conversano andavano contro gli interessi di Giangirolamo, che invece, come visto, aveva tutti i motivi per mantenere segreta l’esistenza di Alberobello: non è un caso quindi che appena cinque anni dopo questa Visita il Vescovo venne trasferito in una sede della Calabria, Santa Saverina, una cittadina di appena 1500 abitanti e che tutti i suoi provvedimenti venissero rimossi.

Questa stessa volontà, poi, spiega come, alla morte di Gian Girolamo II Alberobello, che costituiva già una solida realtà, non sia assolutamente menzionata nell’inventario dei beni relativi all’eredità trasmessa dal Guercio a Gerolamo Acquaviva d’Aragona (Gian Girolamo III), che gli sucedette nella Contea di Conversano: in esso, infatti, si parla semplicemente di una «difesa» di Altobello, che è presentata come semplice appendice di Noci, né in seguito, durante l’iter legale nessuno rilevò l’inesattezza o ritenne necessario corregerla. È evidente allora che la forma «Altobello» non è da attribuirsi ad un errore di scrittura; bensì essa si spiega con la volontà di nascondere in un documento pubblico, quale appunto il testamento, l’abuso perpetrato dai Conti di Conversano: aver, cioè, eretto il «casale» di Alberobello senza il necessario permesso regio.

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liberazione_regime_feudaleIl documento prima menzionato indirettamante conferma, dunque, cheAlberobello continuò la sua vita «virtuale» anche dopo la morte di Giangirolamo.
In realtà su questa fase storica non si hanno notizie certe. Sembra comunque che successori del Guercio annullassero tutte le concessioni e tutti i privilegi dati in precedenza per favorire lo stanziamento di coloni nella Selva, imponendo, invece, una lunga serie di soprusi. Scrive infatti Lippolis: « [essi instaurarono] una infinità di jura e di diritti proibitivi, quali: la proibizione di vendere liberamente le proprie derrate, essendo i coloni tenuti a lasciarle al feudatario al prezzo che gli piaceva, salvo a lui di rivenderle a prezzo maggiore; il divieto di esercitare certe industrie, di negoziare, di macinare il grano e cuocere il pane fuori della bottega, dei molini e dei forni del signore, l’uso dei quali portava naturalmente l’obbligo di pagare una tassa; ed anche lo abominevole jus primae noctis, benchè tale prestazione non fosse in realtà –come hanno dimostrato giuristi e sociologi- lesiva dell’onore, in quanto consisteva in una qualsiasi tassa matrimoniale (jus cunnatici), che spesse volte, purtroppo, veniva corrisposta in natura, per impossidenza dei vassalli o per prepotenza del feudatario».

Al di là della drammatizzazione di Lippolis, è possibile ipotizzare che la stessa situazione di clandestinità di Alberobello, come aveva potuto garantire determinate condizioni favorevoli (immunità e franchigie) così doveva riservare ai coloni tutta una serie di svantaggi, che derivavano dalla loro condizione di «invisibilità» civile: il dipendere dall’arbitrio dei feudatari; la mancanza di sicurezza personale; l’essere privi di sicurezza giuridica; il dover subire l’imposizione della decima, della vigesima e di altri balzelli di tipo feudale; l’obbligo di alcune prestazioni agricole e la precarietà del possesso dei beni immobili.

In ogni caso appare certo che in questo periodo Alberobello conobbe un ulteriore consistente sviluppo. Nella relazione redatta dal Vescovo di Conversano in occasione della visita «ad limina» del 1705 si forniscono ragguagli interessanti in questo senso. In essa, infatti, il Vescovo di Conversano, Mons. Filippo Meda scrive: «sotto la predetta terra di Noci, da cui dipende sia spiritualmente che amministrativamente e dalla quale dista sei miglia, si trova l’unica località rurale chiamata Alberobello, formata da un numero non piccolo di abitanti, all’incirca 1500, di cui oltre 900 hanno ricevuto la comunione; mancano tuttavia di case proprie; per l’amministrazione dei sacramenti sono assistiti da un cappellano o vicario amovibile, eccetto che nel periodo pasquale in cui si recano alla chiesa parrocchiale di Noci per ricevere il Battesimo e l’Eucarestia. Vi sono due sacerdoti con altrettanti chierici, e una chiesa intitolata ai santi Cosma e Damiano, abbastanza capiente e bella».
Dunque a pochi decenni dalla fine del feudalesimo Alberobello costituiva già una solida realtà ed era sicuramente aperta e sensibile agli influssi che la politica esercitata nel Regno delle Due Sicilie da Carlo di Borbone prima e da Tanucci dopo, doveva esercitare.

Scrive infatti Gioia: «se non che le aure di civile risorgimento, che in questo regno diffuse l’immortal Carlo III, penetrarono pur anco in fondo a quella selva, e più che altrove mossero gli animi a liberali desideri.
E ne fu il primo segno il vederne uscir giovinetti a seminari ed alle scuole, e il tornarne decorati di sacerdozio o addottorati. D’allora al divieto persistente delle fabbriche a calce supplì l’alacre ingegno degli abitanti ad abbellire le parti interne delle caselle e a ripartirle in maniera che sotto rustico pietrame stupisse il forestiero in trovarvi agiatezza e decenza. Né più dal nostro clero occorse di spedirvi il cappellano avendo già la villa i propri preti. E s’ingrandì la chiesa a un popolo superante di duecento li tre mila, e più affollata e lieta adivenne la festa de’ santi tutelari.

Queste ed altre cose scorgeansi di felice avanzamento». Sulla base di quanto qui riportato, è quindi possibile immaginare che anche ad Alberobello, come avveniva o stava per avvenire nei comuni vicini, si fosse formata una classe egemone od emergente consapevole del proprio ruolo e che doveva vedere nel potere ducale l’ostacolo principale alla propria definitiva affermazione; e quindi è altrettanto ipotizzabile che proprio all’interno di questa classe –o di una parte di essa- sia maturata la consapevolezza della necessità della «liberazione» di Alberobello dal giogo feudale. La tradizione, in realtà, indica, generalizzando e romanticizzando, nel malcontento generale di «tutta» la popolazione di Alberobello, costretta a dover subire le angherie dei Conti di Conversano, il motivo principale della volontà di liberarsi definitivamente dello stato di servaggio.

Scrive, infatti, Notarnicola: «I selvesi erano stanchi dei loro feudatari, stanchi del regime fondato sull’arbitrio e sull’oppressione. Sacerdoti, professionisti ed intelligenti artigiani erano sorti fra loro; essi avevano raggiunto la maturità per l’indipendenza civile e civica godute dalle popolazioni dei paesi circonvicini: pertanto non volevano essere più una dipendenza ecclesiastica di Noci, né continuare a vivere senza leggi e senza giustizia, volevano conquistarsi l’autonomia comunale. Essi non tolleravano più l’imposizione delle abitazioni a trullo, non perché non le amassero, ma perché i feudatari le avevano rese un segno di dispotismo –un marchio di avvilente vassallaggio. Essi, di certo, avrebbero continuato a costruirle, ma spontaneamente, liberamente e, occorrendo, con malta.

Non disdegnavano, né rinnegavano i trulli che, nati col libero e forte uomo primitivo, erano per essi – abitatori della libera selva- un innato bisogno; non li ripudiavano, poiché Alberobellesi e trulli sono entità connaturate come sole e luce. Essi, inoltre, volevano essere i proprietari incondizionati sia delle case che delle terre loro affidate, e non averne il possesso precario, ad libitum domini.Massimamente volevano sottrarsi agli innumerevoli diritti ed arbitri esercitati dai Conti: sacra doveva essere la libertà dei sudditi e sacra quella della proprietà; gli jus feudali non erano più compatibili con i “diritti dell’uomo”. Come se le prerogative baronali godute non bastasserro, un nuovo abuso si era arrogato il conte di questo tempo, Giuliantonio V: un jus ad personam, il diritto, cioè, di scelta sulle contadine raccoglitrici di olive e sui contadini scalatori, da mandare a lavorare, per vile mercede, nei suoi uliveti di Montalbano, in quuel di Fasano. Nuova angaria che considerava i selvesi come armenti, senza una volontà propria, adottata per ripicco avverso il Cav. Cataldo Galeota di Taranto, il quale aveva similmente bisogno di raccoglitrici e scalatori per le sue grandi tenute, ed era solitoservirsi degli Alberobellesi, retibuendoli convenientemente, perché abili, scelti e puliti nel lavoro.

Giuliantonio, mal sopportando ciò, per fare dispetto al cavaliere e, più che altro, per affermare il diritto di priorità sui suoi sudditi, e la superiorità di rango nobiliare sul Galeota (non portava egli i titoli di Duca d’Atri, Nardò, Noci; Conte di Conversano, Castellana; Duca di Casalaspro e Pietragalla?), e si era arrogato il diritto di prima scelta sui lavoranti. Che il Cavaliere si servisse dei restanti! E questi lo aveva bonariemente pregato di revocare la nuova imposizione in considerazione della loro amicizia, ma il Conte non glia aveva dato ascolto».

Una tale spiegazione, però, presupporrebbe l’esistenza in quel periodo di una forte coesione sociale fra i gruppi allora operanti ad Alberobello, basata su di una comunione ideologica anticomitale. Come, invece, ha spiegato Guarella: «i fermenti anticomitali, anche qualora fossero stati, unitamente all’eventuale adesione ai principi giacobini e massonici, alla base dell’iniziativa assunta dai sette liberatori della Selva nel 1797, sarebbero durati solo lo spazio di un mattino.

Un dato è significativo e può svolgere la funzione di “spia” di tutta una situazione: Alberobello, cioè, nel 1799, contrariamente al modo di comportasri delle altre Università di Terra di Bari, eleva in ritardo l’albero della libertà e lo mantiene innalzato solo per tredici giorni, spiantandolo in questo tempo per ben due volte. Ciò, ovviamente, può avere almeno un significato: si può affermare che in Alberobello il movimento rivoluzionario e giacobino (e, più in generale, massonico) non ha profonde radici. Più verosimilmente, la storia di Alberobello sembra porsi come una storia di scontri tra rappresentanti di una stessa classe (quella egemone o emergente)»; come si scriveva, cioè, in Alberobello, avviene puntualmente ciò che avviene a Martina Franca, dove si affrontano con ferocia difensori dei diritti dell’Università e partigiani del potere ducale e, in anni successivi, pipistrelli e crumiri o a Noci, dove intorno al 1799 i sostenitori di Palazzi (un borghese) si sforzano, ricorrendo alla violenza, di escludere dalla gestione della cosa pubblica altri rappresentanti della borghesia, o a Locorotondo, dove (sia pure in un tempo più tardo; ma gli antecedenti vanno ricercati negli anni immediatamente successivi al 1860) si verificano lotte a coltello tra senussi e beduini.

Dunque è all’interno di questa forte dialettica sociale e politica che dovrebbero essere ricercate le reali motivazioni, che indussero, nel maggio del 1797, una parte della società alberobellese ad attivare quelle misure che potevano garantire l’affrancamento del paese dal dominio feudale, e, di conseguenza, assicurare il futuro controllo politico di Alberobello. Scrive al proposito Lippolis, che, non a caso, descrivendo questi fatti, fa riferimento ai «maggiorenti della Selva» (sacerdoti, professionisti e persone colte): «Il dottor Sancio, nativo forse di Monopoli, d’intesa certamente con i maggiorenti della Selva, nell’aprile 1797, presentò ricorso alla Regia Camera per denunziare la situazione abnorme della popolazione di Alberobello, nuovo feudo sorto clandestinamente e distaccato di fatto, se non di diritto, dalla Terra di Noci, senza il regio beneplacito e in violazione della Prammatica 24 de Baronibus, che vietava il sorgere di nuove università senza la sanzione sovrana ed il consenso della Regia Camera della Sommaria, Tribunale addetto a stabilire la vigesima feudale, la decima sui fuochi per contributo all’università ed il tributo fiscale della Corona».

È probabile che nel suo ricorso Sancio sottolineasse anche la situazione di estrema difficoltà in cui dovevano vivere in quel periodo gli abitanti della selva, che, proprio in virtù della loro invisibilità civile, non dovevano godere di alcuna protezione dai poteri feudali da parte del govero dell’università o dell’autorità regia, giungendo a non aver garantita neanche la propria esistenza e l’inviolabilità delle proprie abitazioni.

Questa situazione è abilmente ritratta da Gioia, che descrivendo lo stato di soggezione assoluta degli alberobellesi al potere feudale, così scrive: «quel potere ad arbitrio in ogni tempo toglier loro la casa e l’orticello, o diruparli, quell’espellerli dal luogo dei propri stentie sudori e talvolta dei sudori de’ padri e degli avi, quell’addossar loro per forza le nevi a tempo di ricolta, quel menare a Montalbano le donne per le olive a minimo stipendio ed anche per il solo nutrimento, erano avanzi miserabili di vietata servitù. E senza dire de’ diritti proibitivi di molino, forno, macello, bottega lorda e taverna non concessi dal re, era pur grave che i conti facessero arbitrali li terraggi e le fide.

A mo’ di esempio, bastava il possedere un giumento od un bue, perché per la sola presunzione che si nutricassero della selva, s’imponesse ad ogni bestia un ducato di fida ed altrettanto ad un porco da grassa nel solo inverno, e tre carlini per la state, ancorchè né dell’erbe il padrone abbisognasse, né dell’esca del conte. Ma d’ogni altra miseria la più grave era quella di non avere sul luogo alcuna civile potestà; perciocchè a gente povera ed oppressa facile non essendo il portare ogni istanza al foro di Noci
ne avveniva in conseguenza che le cose di un popolo cresciuto già a più migliaja si dovessero governare colla mano del forte. E colà eran forti coloro che del maneggiare essi soli gli archibugi e coltella addimandavansi armigeri o guardiani del conte […] I quali eran essi gli arbitri delle liti essi punivano i delitti, essi imponevano le ammende.».

Il controricorso immediato del conte Giuliantonio IV fu affidato al avv. Deperuta: egli ai primi di aprile, pochi giorni dopo l’azione di Sancio, fece pervenire alla regia Camera un documento in cui sosteneva le ragioni degli Aquaviva. In esso, dunque, l’avvocato del Conte tendeva a dimostrare come Alberobello non potesse essere considerato –come doveva invece sostenere Sancio- un nuovo feudo, dal momento che non aveva mai avuto un particolare governatore, né un parroco, e come esso doveva semplicemente considerarsi una località dipendente da Noci. L’azione di Sancio ed il controricorso di Deperuta non dovettero rimanere inascoltati. In seguito a queste discordanti denuncie, infatti, Ferdinando IV ordinò che fosse disposto un sopralluogo ad Alberobello, per il quale furono incaricati proprio Sancio e Deperuta, i quali, l’11 maggio accompagnarono in quella località il Marchese Nicola Vivenzio allora curatore del Patrimonio Reale, Presidente del Tribunale dell’ Ammiragliato, del Commercio e della Real Camera della Sommaria.

Prima di questo evento, che fu senza dubbio decisivo per il futuro di Alberobello, la tradizione colloca un incontro di Ferdinando IV con alcuni personaggi di Alberobello, da allora chiamati i «sette liberatori»9, al quale viene dato un valore fondamentale nel processo di liberazione della Selva. In verità molto ci sarebbe da discuture su questo evento: finanche della sua attendibilità10. Sembra, comunque, che in occasione del viaggio del Re di Napoli in Puglia, avvenuto fra il tredici aprile ed il 23 giugno 1797 (per «godere delle delizie di Taranto, quale ospite dell’Arivescovo napoletano Giuseppe Capecelatro, ma specialmente per prendere contatto con i suoi sudditi più lontani e rinsaldarne la fedeltà, in tempi in cui dalla Francia giacobina si diffondevano i principi rivoluzionari dei diritti dell’uomo, che facevano tremare i troni delle monarchie dispotiche») i «sette» decisero di sfruttare favorevolmente questa occasione per presentare direttamente al Re una supplica per l’affrancazione della loro terra dal dispotismo feudale. Essi prepararono la loro azione nei minimi dettagli.

Scrive infatti Lippolis: «anzitutto bisognava mantenere il più assoluto segreto sulle loro decisioni, per eludere l’oculata vigilanza degli scherani del Conte, onde evitare contromanovre e rappresaglie da parte del feudatario, che trovavasi allora a Napoli. In secondo luogo, occorreva che la loro azione fosse appoggiata e sostenuta da qualche influente persona di Taranto, vicina all’Arcivescovo Capecelatro, il quale godeva l’amicizia e la fiducia del Re ed era la persona più qualificata per indurre il Re a prendere in considerazione le sorti di una popolazione indifesa». In questo ruolo di mediazione fu individuato il Cavalier Cataldo Galeota di Taranto, che doveva avere dei particolari motivi personali di ripicca nei confronti del Conte Giuliantonio IV. Scrive, infatti, ancora Lippolis: «il Cav. Galeota era possessore di vasti oliveti nella Masseria La Fenice, nei pressi di Taranto, e per la raccolta delle olive si avvaleva volentieri della mano d’opera delle contadine della Selva, che retribuiva con giusta mercede. Il Conte Giuliantonio IV, come i suoi predecessori, per la raccolta delle olive, nei suoi uliveti di Montalbano, pretendeva un diritto di prelazione nella scelta delle contadine della Selva, che menava d’arbitrio a Montalbano a lavorare con vile mercede e col solo sostentamento». Si comprende come tale abuso del conte verso la popolazione della Selva doveva costituire anche una sopraffazione nei confronti del Cav. Galeota, che, di conseguenza, prese a cuore le sorti dei villici della Selva, intercedendo per loro presso l’Arcivescovo Capecelatro.

Garantitosi quindi l’appoggio di Galeota e di Capecelatro, i «sette» dovettero passare immediatamente ai fatti, realizzando lo storico incontro, che sembra avvenisse a Taranto il venti aprile 1797. Così Gioia descrive quell’avvenimento: «in un dì che dalla villetta a mare dell’arcivescovo Capecelatro ritornava in città, [Ferdinando] si compiacque del profondo inchinarsegli di sette supplicanti, e volle sulla via, fermato il cocchio, udirne la voce.

Erano essi i deputati del villaggio, quattro in abito clericale, due dottori in medicina e un capo d’arte, i quali con viso di giulive speranze ebbero un bel modo di levare al re patetiche note e chieder grazie per tremila e dugento suoi sudditi che dissero rapiti al regio affetto, sepolti entro cupa foresta, schiavi de’ poteri di un conte, viventi senza giudice, senza leggi, senza reggimento. E ne fu mossa la clemenza del monarca, cui premendo da una parte tener saldi i suoi regi diritti e dall’altra sollevare le sorti de’ soggetti, congedò, preso il foglio di memoria, gli oratori pieno l’animo di benefici divisameti».

Al di là, dunque, dalla veridicità di questo episodio, tutta da dimostrare (fra l’altro, nel diario del sovrano, che annota dettagliatamente le vicende reali dal 12 maggio 1796 al 31 dicembre 1799, e dunque anche gli avvenimenti relativi al viaggio di Ferdinando in Puglia, non vi è alcun cenno a questo episodio), è però certo che fu proprio durante il suo soggiorno a Taranto, precisamente il 21 aprile, che Ferdinando IV, sulla base delle sollecitazioni provenienti dal riscorso di Sancio e dal controricorso di Deperuta, come scritto, incaricò Nicola Vivenzio di recarsi ad Alberobello per esaminare de visu la situazione del posto. Il risultato del sopralluogo fu favorevole.

D’altra parte ad assicurare il buon esito dell’ispezione dovette contribuire anche l’amicizia di Vivenzio con il dott. Martino Lippolis, uno di quei «maggiorenti» citati da Lippolis ed impegnato in prima persona nel processo di liberazione di Alberobello. Scrive infatti Notarnicola: «dato che il Vivenzio era amico del capo postulante Dott. Martino Lippolis, sin da quando questi era stato studente in Napoli, si fece compiacentemente risultare che il numero degli abitanti fosse 3200 (poco più, cioè, di qunti ne occorressero per il riconoscimento dei comuni, in base alle Disposizioni Statali del 1669) e quello dei “fuochi” in numero proporzionato». In seguito al sopralluogo gli avvenimenti subirono una notevole accelerazione.

Scrive infatti Gioia: «e il commettere un tale negozio all’insigne marchese Vivenzio, fiscale allora della Regia Camera, e il venir di costui sovra luogo coi signori Sancio e Deperuta, e l’accogliere le ragioni delle due parti, e l’accordarle sulla storia controvertita de’ fatti, e il proporre al re gli espedienti ad emettersi, e il proclamarsi i bandi delle connesse grazie reali furon l’opra di meno di due mesi». Dopo l’ispezione, infatti, Vivenzio presentò un’ampia, circostanziata e favorevole relazione, in conseguenza della quale, il 23 maggio 1797, sentiti gli ordini del Re, il Primo Ministro Acton, insieme allo stesso Vivenzio, inviò al Conte di Conversano una nota in cui comunicavano la decisione del Re di erigere Alberobello come «città regia». Nello stesso giorno, inoltre, in maniera complementare, Acton indirizzò al Vescovo di Conversano un ulteriore documento, in cui si sottolineava la necesità di erigere ad Alberobello una parrocchia e di provvedere a scegliere un parroco.

A conclusione di questo iter burocratico si pone il dispaccio reale del 27 maggio 1797, che il Segretario di Stato Saverio Simonetti notificò il 31 maggio al Presidente del Tribunale di Bari, alla cui giurisdizione apparteneva Alberobello: con esso ufficialmente Alberobello diveniva città regia e quindi passava a godere di tutte le prerogative derivanti dalla sua nuova collocazione. Scrive al proposito Notarnicola: «ora non più vassalli erano questi, ma uomini liberi, sotto la giurisdizione del Re, che sarebbe stato rappresentato da un Regio Governatore, il quale avrebbe esercitato la giustizia in nome del Sovrano; non più sudditi feudali, ma cittadini costituiti in comune, da essere amministrato da rappresentanti eletti da loro stessi; non più soggetti alla Chiesa di Noci, ma ad una Parrocchia propria, subordinata al Vescovo di Conversano; non più l’obbligo alle contadine di andare a raccogliere le olive delle tenute del conte; non più costrizione di servirsi della locanda, del molino, del forno, della pizzicheria e della macelleria di costui, pagando tariffe proibitive; non più imposizione di sottostare a tante altre “indoverose prestazioni e tributi pretesi da Barone”». In realtà gli alberobellesi conobbero ufficialmente il contenuto del dispaccio reale solo il 16 giugno, data in cui esso, per il tramite dell’Ufficio della Regia Corte di Monopoli, arrivò ad Alberobello. Scrive Contento: «è venerdì 16 giugno e viene consegnato al “serviente” Domenico Matarrese.

Questi con soddisfazione e solennità lo affigge all’albero dell’olmo nella piazza pubblica alla presenza di due testimoni; sono i massari Giandomenico Trivisano e Matteo Matarrese. Verbalizza l’avvenimento Vincenzo Natale Campanella, chiamato per l’occasione e indeciso sulle consonanti da usare per i cognomi». Secondo quanto previsto dal dispaccio reale, quindi, il 22 giugno del 1797 si procedette all’elezione del primo sindaco di Alberobello, che risultò essere Francesco Lippolis, padre del noto dott. Martino.

Nello stesso periodo Francesco D’Amore decise di costruire la sua casa, non lontana dal palazzo del Conte, in cotto e non più a secco, quasi a simboleggiare l’acquisita libertà.

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toponomasticaControversa appare la spiegazione del contenuto semantico del toponimo Alberobello. Una prima interpretazione è stata fornita da Notarnicola, per il quale la voce «Alberobello» deriverebbe dal latino «arbor belli», cioè «albero della guerra», ad indicare, cioè, un albero nei pressi del quale avvenne un’azione bellica o un fatto d’armi.

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diploma_1324Il mandato è contenuto in una pergamena trecentesca del Monastero di San Benedetto di Conversano, edita da Domenico Morea e da Francesco Muciaccia nel 1942. In esso, datato precisamente 16 ottobre 1324, si ordina al giustiziere di Terra di Bari di impedire al vicario ed agli ufficiali di Berterando o Bertrando, conte di Montescaglioso e di Andria, di molestare ancora i vassalli del casale di Castellano (attuale Castellana Grotte), feudo della badessa del convento cistercense di San Benedetto, mentre pascolavano i loro animali oltre i confini del territorio del bosco volgarmente detto Arburbella (nemus dictum vulgariter Arburbella).

Il reato cemmesso è quello di estorsione, poiché i dipendenti del Conte catturano gli armenti dei castellanesi illecitamente e chiedono, poi, il riscatto in denaro. La negazione del diritto di fida, peraltro in un territorio comune, determina, di conseguenza, lo spopolamento graduale del casale di Castellano, in grave pregiudizio del Monastero. Il documento è estremamente importante dal punto di vista storico, perché precisa che il bosco di Alberobello, a sei miglia da Castellano, si trova nel territorio di Monopoli ed è di proprietà del monastero lucano di Santa Maria di Banzi.

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Martina_Franca_Stemma2Nel privilegio concesso ai martinesi e al loro feudatario Pietro de Tocco il 15 aprile 1359 dal principe di Tarano Roberto d’Angiò, infatti, appare la voce Silvam Arborisbelli. Si tratta del nuovo territorio istituito per Martina (oltre al distretto delle due miglia, già donato da Filippo I nel 1317), strappato ai territori delle città di Ostuni, di Taranto e di Monopoli, tutte sotto dominio del principe.

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